vai al contenuto della pagina

Menù principale: Chi sono e di cosa mi occupo |
il mio lavoro (risorse da consultare e scaricare) |
la mia musica | le mie foto | Il mio cinema |
i miei libri | di tutto e di più... | io e l'ipovisione |
a proposito di questo sito

scrivimi

Sei in: home page > i miei libri > ipovisione e letteratura (non specialistica) > da: auto da fè.

Da Auto da Fé

Difficile isolare dei brani da un libro come Auto da fè di Elias Canetti (Adelphi - 2001).
Eppure è possibile scorgere degli spunti illuminanti anche dalla personalità disturbata che caratterizza il protagonista del libro.

(Gli occhi) Li adoperava soltanto laddove il loro impiego risultava fruttuoso: per leggere e per scrivere. Andava a prendersi ad occhi chiusi i libri che gli servivano. All'inizio rideva lui stesso di quelle stranezze.
Quante volte gli capitava di prendere un libro sbagliato e di tornarsene allo scrittoio ad occhi chiusi, senza sospettare di nulla. Là poi s'accorgeva d'essersi tenuto tre volumi più a destra, o uno più a sinistra, o, talvolta, addirittura troppo in basso, un intero scaffale più sotto. Ma non se ne crucciava, e si metteva pazientemente in cammino una seconda volta. Non di rado gli veniva voglia di sbirciare il titolo, di adocchiare il dorso del libro prima d'essere arrivato. Allora strizzava gli occhi, e in certi casi dava una sbirciatina distogliendo subito dopo lo sguardo. Il più delle volte però riusciva a dominarsi e aspettava di essere nuovamente allo scrittoio, dove il guardare non presentava rischi di sorta.
A furia di esercitarsi divenne un vero maestro nel camminare ad occhi chiusi. Trascorse tre, quattro settimane, fu in grado di trovare nel tempo più breve ciò che voleva, senza inganni o sotterfugi, tenendo gli occhi veramente serrati; una benda non l'avrebbe reso più cieco.

Copertina di "Auto da fè" di Elias Canetti

E se lui un tempo aveva deriso e disprezzato i ciechi e il gusto che essi conservavano alla vita malgrado la loro infermità, non appena ebbe barattato il suo pregiudizio con un vantaggio, la relativa filosofia venne da sé.
La cecità è un'arma contro il tempo e lo spazio; la nostra esistenza è tutta una mostruosa cecità tranne quel poco che riusciamo a cogliere con i nostri miseri sensi - miseri sia per la loro natura, sia per loro acutezza. Il principio dominante nel cosmo è la cecità. Proprio essa rende possibile la presenza, l'una accanto all'altra, di tante cose che non potrebbero coesistere se si potessero vedere reciprocamente. Essa permette di troncare lo scorrere del tempo quando non si è in grado di tenervi testa. Che altro è, per esempio, una spora, se non un frammento di vita che finché dura s'avvolge nella cecità in attesa di un contrordine? Il tempo è una grandezza continua, e c'è solo un mezzo per sfuggirgli. Astenendosi di tanto in tanto dal guardarlo, lo si frantuma nelle schegge che di esso si conoscono.
Kien non inventa la cecità, si limita a farne uso: una possibilità naturale della quale vivono coloro che vedono. Non si utilizzano oggi tutte le energie di cui si riesce ad entrare in possesso? Esistono ancora delle possibilità cui gli uomini non abbiano già posto mano?
Anche un tanghero è capace di manipolare l'elettricità o complicati atomi. Entità di fronte alle quali tutti gli uomini sono ugualmente ciechi riempiono la stanza di Kien, le sue dita, i suoi libri. Questa pagina di stampa, chiara e articolata come nessun'altra, in realtà è un ammasso infernale di elettroni impazziti. Se lui ne fosse cosciente in ogni momento, le lettere gli ballerebbero davanti agli occhi. Le sue dita percepirebbero la pressione di quel terribile movimento sotto forma di sottili punture di spillo. In un'intera giornata non gli riuscirebbe di mettere insieme più di una mediocrissima riga. E' suo diritto applicare la cecità, che lo protegge da siffatti eccessi dei sensi, a tutto ciò che nella sua vita può disturbarlo. Ai suoi occhi i mobili non esistono più di quanto non esista l'esercito di atomi dentro e attorno a lui. «Esse percìpi», essere equivale ad essere percepito: ciò che io non percepisco non esiste. Guai alle deboli creature che non si trattengono dal guardare la realtà così come essa si offre loro!
Da ciò risultava con logica stringente che Kien era ben lungi dall'ingannare se stesso.

foto di Elias Canetti

pagina aggiornata in data 01/05/2010

Attestato di validazione XHTML 1.0, lincato alla pagina di verifica

inizio pagina