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Sei in: home page > i miei libri > ipovisione e letteratura (non specialistica) > da: non ora, non qui.

Da Non ora, non qui

In "Non ora, non qui" (Universale Economica Feltrinelli), Erri De Luca, scrittore contemporaneo partenopeo, riporta la sua esperienza e i suoi aneddoti riguardanti l'ipovisione.
Di seguito due stralci estratti a partire da pag. 62.

Quando venne il tempo della casa nuova ci fu il sole tutto intorno e il buio progressivo negli occhi di papa. Scattava molte fotografie, ne fece a pacchi, finché si annebbiò la mira e gli sfuggì ogni bersaglio. I suoi gesti divennero imprecisi, confusi dalla cecità frettolosa che non gli dette il tempo di abituarsi a smettere. Troppo velocemente non seppe camminare per strada, riconoscere le persone. Non fece in tempo a costituire un luogo mentale che lo guidasse verso le cose intorno, dai panni nell'armadio ai bicchieri sul tavolo. Lo sconfiggeva la dislocazione degli oggetti, ribelle al suo controllo approssimativo dello spazio.
Dai più inadeguati tra i tentativi scaturiva prima uno sconforto al quale non era possibile prestare aiuto, poi la sconfitta era da lui elaborata in aneddoto buono per sorridere tra noi.

Copertina di "Non ora, non qui" di Erri De Luca

Prima che venissero i suoi resoconti di disavventure, un altro personaggio veniva spesso nominato per le sue clamorose sviste da miope. Fu zimbello confesso di un'intera società, prestò le conseguenze delle sue diottrie al repertorio di intrattenimento di chi nemmeno lo conobbe.
Perfino l'estremo suo pericolo di vita comportò in un'occasione il marchio del ridicolo. Dev'essere destino delle menomazioni esporre chi le porta a una dose supplementare di tragico e di comico. Persone tali scelgono almeno una volta nella vita di aumentare la quota di rischio pur di non soccombere al ridicolo.
Accadde così anche a lui. Arrivato con la sua barca nella piccola baia del Cenito una mattina d'estate, si apprestava a gettare l'ancora. Era vestito da gentiluomo in crociera, cappello da capitano, giacca blu, pantaloni bianchi e scarpe chiuse. Dal suo circolo marinaro, al vederlo partire così, si levava il commento: sta salpando Gabriele D'Annunzio. Consapevole di distinguersi tra le varie imbarcazioni ormeggiate nella baia, cercava di eseguire con disinvoltura e perizia le manovre necessarie. Penosa gli doveva riuscire la imprecisione nel percepire i dettagli. Afferrata l'ancora vigorosamente, la scagliò lontano mentre la corda, srotolandosi in fretta gli accalappiò una caviglia e lo trascinò con sé fuori bordo, in mare. Scomparve precipitando verso il fondo insieme al ferro. Era già uomo anziano e sarebbe rimasto troppo a lungo sottacqua, se non fosse stato per il rapido intervento di un barcaiolo di passaggio che aveva assistito con curiosità a tutta la scena. Si tuffò dietro di lui e riuscì a ripescarlo vivo.
Un altro aneddoto riferiva che, entrando precipitosamente da una gita in barca nei locali del circolo marinaro, sotto la spinta di un impellente bisogno fisico, raggiunse il gabinetto senza riuscire a distinguere che tra lui e il desiderato impianto igienico c'era un colonnello che se ne stava già servendo, perciò rovesciando addosso all'ufficiale, preso alle spalle, quasi tutto il contenuto della vescica. Seguì una sfida a duello che non potè essere raccolta.
Quest'uomo, vissuto da solo per tutta la vita, zimbello capace di sopportare le battute e gli scherzi di uno tra i più feroci consorzi umani dediti alla caricatura, fu capace dell'abnegazione di alimentare gli aneddoti sul suo conto, fornendo volontariamente notizie altrimenti personali.

foto di Erri De Luca

Pagina aggiornata in data: 30/04/10

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