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Era arrivato la sera prima, appena in tempo per mangiare qualcosa prima che la cucina del ristorante dove lo attendevano gli amici chiudesse definitivamente. Nel buio non si era neppure accorto della sua presenza e neanche al mattino seguente aveva colto con precisione il senso della straordinarietà di quel prodigio della natura; dense nuvole incombevano sul paesaggio come un pesante sipario.
Il maturare del giorno non aveva comportato alcuna modifica, Il fitto chiacchierare e il lauto desinare, assorbivano l'attenzione di Filippo in un modo che lui stesso da lì a qualche ora non si sarebbe potuto spiegare. Neanche nello scendere dal bus extra-urbano che aveva portato lui e il resto della comitiva al bivio da cui avrebbero cominciato a salire verso la meta che li avrebbe ospitati per la cena e la notte aveva fatto caso alla meraviglia che avrebbe segnato, forse per sempre, il resto della sua vita di escursionista della domenica.
La strada era asfaltata quasi per intero, diversi tornanti, ma pochi tratti veramente in pendenza. Se Filippo era un escursionista della domenica, molti suoi compagni lo erano del ferragosto... Così una regolare ascesa di circa tre quarti d'ora si è trasformata in un'ora e mezza di mugugni, imprecazioni e passi singhiozzanti. Ma all'alba, o per essere più precisi, al tramonto di quella giornata di fine agosto, hanno finalmente domato i circa quattrocento metri di dislivello che separavano il fondo della Val Veny a Pré de Pascal.
Il rifugio è posizionato su un ampio pianoro erboso che si affaccia direttamente sul versante meridionale del groppo del Monte Bianco; è come essere affacciati alla finestra e vedere l'ombelico della grande montagna. Alzando appena lo sguardo ci si imbatte nell'ampio canalone da dove si sentono di continuo i piccoli boati causati dalle micro-slavine del ghiacciaio sovrastante, come se uno gnomo impertinente si divertisse a versare del vino frizzante nel decolté della regina delle alpi. Più su le nevi perenni, un pizzo vaporoso e a tratti nascosto dalle nuvole, che Filippo pensava coprissero anche il collo e il viso di quella misteriosa apparizione.
Un boato appena più forte degli altri sembrava lo avesse chiamato, così si avvicinò il più vicino possibile al parapetto immaginario di quel balcone incantato: "Torna questa sera a buoi fatto - si sentì dire con ammiccante determinazione - e porta con te la pipa, così che possa vedere fin da qua su il tuo respiro". Così: prese possesso della sua stanzuccia mansardata, si cimentò nell'ennesima abbuffata collettiva, quindi si congedò rassicurando gli amici circa i suoi propositi serali.
Dopo pochi passi verso il parapetto amico si sentiva come a casa; l'aria frizzantina faceva pensare che il cielo si era probabilmente rasserenato. Ma la sua attenzione era ora tutta per la pipa; il buon caricamento e la corretta accensione, si sa, sono fondamentali, e quella sera Filippo sentiva che non sarebbe stata una pipata come le altre.
Alzò gli occhi per verificare la quantità e qualità del fumo che usciva dal fornello e notò che il contrasto col paesaggio non era quello che s'aspettava, come se ci fosse qualcosa di troppo luminoso che sminuiva la leggiadria e la grazia dei suoi fumetti profumati. Quando si rese conto che la luna piena illuminava quasi a giorno il ghiacciaio sulla grande montagna e le stelle sembravano tanti piccoli lumini provenienti da chissà quali rifugi dell'universo, sentì spegnersi tutto il mondo intorno a se.
La vetta era lì, sembrava di poterla toccare tanto pareva vicina; fu così che scoprì la differenza tra desiderio ed esperienza. Il cuore era appollaiato come un'aquila sulla sommità di quel sogno straordinario e inaspettato, ma sapeva che non ci avrebbe mai messo piede. Toccò la sua pipa capricciosa, l'umidità che l'aveva fatta spegnere altro non era che una lacrima caduta proprio nel bel mezzo del fornello. Una lacrima: - pensò - distanza tra amore e libertà.
(25/09/01)