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ISOLE TREMITI
(Guida turistica).

Copyright © 1985 by Trimboli editori - Pescara
Fotografi dal 1919 Editori dal 1945

Estratto ad uso dei disabili visivi
a cura di Franco Frascolla

(il testo, scannerizzato, potrebbe contenere
errori ortografiche)

INDICE.

LE ISOLE TREMITI

Isole Tremiti, orto di paradiso, meraviglia di bellezze, architielli, grotte, scogli ciclopici anelanti a forme di vita, acque chiare riflettenti l'immagine del pensiero che va oltre la Natura e avanza all'arte dell'artista sublime che è il Creatore. Di verde chioma di pini d'Aleppo spiranti aria di festa. Tempra di animi e ristoro pago di sensi avidi di bellezze primitive. Mitiche di leggenda, dove Diomede prepara l'ultimo ritorno disperato coi compagni, le cui anime, mutate in Diomedee, permangono a compiangere la sorte comune dell'umanità, e che noi ascoltiamo reverenti e muti coll'apprensione di ansia cupa di mistero. Contrasto d'infinito e finito, tra cielo e mare e un palmo di terra, dove i più intenti sanno ricercare e strappare un sorriso al mondo, e per un momento dimenticano le tristezze e le fatiche per la fantasia di una vita novella, diversa dalla realtà, una vita nuova di piacere, contentezze, che altrove non fosse. Terra fremente di possesso, come Innamorata in cerca di chi la possegga e tenga i piaceri e le voluttà del corpo e dell'anima. Dove, spensierati ed ebbri, nel cielo senza stelle nascoste nell'ombra di pini olezzanti d'incenso, si perde lentamente la notte, tra le oracele di fanciulla spasimante, al sussurro del mare rispettoso che ripete i fremiti e battiti strappati al vento.

Turista, ricordati, che questa terra di bellezze stupende, t'incanterà, e tu ci ritornerai per quel sentimento che ti ha legato a questa terra, che vorrai riamare.

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L'ARCIPELAGO

Turista, finalmente sei arrivato alle Tremiti, che cogli con lo sguardo smarrito, non sapendo scegliere dove soffermarti per la vacanza che è lo scopo del tuo viaggio. Non mi dispiacerà farti da guida, anzi mi pregio indicarti le cose stupende della natura e quelle grandiose che la storia tramanda. Scorgi a destra l'Isola di S. Nicola, rocciosa, alta a picco, che cala nella spiaggetta arenosa con villaggio in mezzo a due filari di alberi della specie di tamerici e acacie, e una piccola pineta all'interno, con la fortezza del Castello del Badiali, e la sede degli Uffici. Un tempo colonia penale, poi confino politico. Misura ettari 42, ha periplo di Km. 3,700, lunghezza di Km. 1,600 e altezza massima di m. 75. A sinistra l'Isola di S. Domino, l'orto di paradiso, cosi chiamata dai monaci benedettini, per la fertilità e spontaneità di fiori di ogni colore, che tutto inghirlandano il villaggio, con la distesa pineta, olezzante e ombrosa, che dirama sin sotto II mare, con acque limpide; frastagliata di cale, punte, scogli, mirabile quello detto dell'Elefante dalla forma che assume, grotte, stupende quelle delle Viole e del Bue Marino, nei pressi del faro, che prima si avvista; accogliente nell'arenosa Spiaggia delle Arene, nella Cala Matano con sovrastante Hotel Heden, nella Cala degli Inglesi, dove vi è II Campeggio Sociale del T.C.I., e sotto i Pagliai, monoliti a forma di piramidi somiglianti a veri pagliai, con entrata per il mare. Al centro l'isolotto del Cretacei o, giallo per la natura argillosa e che va scomparendo per corrosioni incessanti di agenti atmosferici e marini. Misura ha. 3.5, altezza di m. 30 e periplo di Km. 1,300. A m. 20 trovasi lo scoglio della Vecchia. E dietro San Nicola, ammiriamo l'Isola di Caprara, disabitata ma interessante come le altre, con archi tallo grandioso di architettonica naturale, alla punta del Faro. È vasta ha. 45, lunga Km. 1,600, con periplo di Km. 4,700.

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LA COLONIA PENALE DEI ROMANI E DELL'IMPERO DI CARLO MAGNO.

I romani destinarono le Tremiti a luogo di deportazione. Tra altri, fu relegata Giulia, figlia di Grippa e di Giulia, nipote di Augusto, imperatore romano. Sua madre Giulia, molto avvenente, sposò Tiberio; 11 padre Augusto, alla notizia della immoralità per prostituzione della figlia, la relegò a Venutotene, piccola isola della Campania. Tiberio, successo al trono, la fece morire di fame e relegò la di lei figlia a nome medesimo Giulia a Tremiti, per gli stessi vizi di condotta sfrenata e prostituzioni numerose sino all'infima classe degli schiavi. Giulia, dopo vent'anni di relegazione, mori nell'anno 28 d. C. a Tremiti, e le sue ceneri non furono ammesse nel Mausoleo di Augusto.

L'anno 771 d. C. fu relegato anche Paolo Diacono, consigliere e suocero di Carlo Magno, che tramutò in esilio la sua condanna originarla ad essere cavati gli occhi e tagliate le mani, per colpa di congiurare contro di lui: questi riuscì a evadere riparando a Benevento.

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COLONIA DI PERDINANDO DI NAPOLI.

Ferdinando I, re di Napoli e Sicilia, nel 1792 istituì a Tremiti la colonia penale, inviandovi guappi, vagabondi. Decaduti i borbonici, successe al reame di Napoli Gioacchino Murat, cognato di Napoleone, II quale liberò i relegati che commisero atti di valore nell'assedio da parte degli Inglesi e Russi, che bombardarono, nel 1809, la facciata della Chiesa. Con la caduta di Napoleone, ritornarono al trono di Napoli nuovamente i Borboni, e Murat fu costretto a riparare presso II fedele Veneziani che l'ospitò nella villa presso Rodi, e si direbbe che fosse venuto a Tremiti a nascondenti il tesoro. Ferdinando II di Bortone, al fine di incrementare la popolazione e contribuire allo sviluppo dell'Isola, intese dare una famiglia a quel relegati, divenuti liberi coloni per atti di valore durante l'assedio.

Nel febbraio 1844, fece imbarcare, noncurante le proteste del popolo, le orfanelle della Casa S. Annunziata di Napoli su un veliero, che una tempesta di mare fece ritornare Indietro, fatto che fu ritenuto un miracolo del Signore, che ha voluto evitare il sacrificio di povere creature, ancora adolescenti e caste. Indi inviò altro carico di cento donne che giunsero a destinazione e si unirono a coloni. Queste unioni spiegano le origini del dialetto napoletano che dai locali si parla. Questi hanno origine oltre che dai coloni innanzi riferiti, anche e prima del seguito dei frati, costituito da gente artigiana, contadine e maestri di mestieri, dalle guardie di alloggiamento alle Tremiti e dalle numerose famiglie che vi hanno stabilito la residenza In tempo recente.

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IL CONFINO FASCISTA.

Per comando del governo di Mussolini, furono tradotti alle Tremiti, coatti per delitti comuni, come omertà, borseggio, e pervertiti, mafiosi siciliani, ed inoltre personalità politiche contrarie al regime fascista. Tra le personalità politiche d'Importanza vi erano i parlamentari: Pinzi, Ferrerò, Martire, Flecchia, Philipson, Semeraro e Pertini.

Inoltre fu inviato a scontare la pena Amerigo Dumlnl, coautore del delitto Matteotti, il quale per disposizioni superiori, era libero in S. Nicola di vagare di giorno e di notte dove volesse con l'obbligo di farsi seguire da due carabinieri, quasi come sua guardia del corpo. La sua corrispondenza era la sola a venire trasmessa direttamente al Duce in lettera che non potesse essere aperta per censura.

Dumini occupava l'alloggio a sinistra della cancellata dello spiazzale del Torino del Cavaliere di S. Nicolo, occupato oggi dal capo-posto della marina militare. Le prigioni di rigore dei coatti erano a sinistra sottostante l'arco del torrione suddetto, e altra prima di giungere alla cisterna detta Meridiana, antistante la chiesa, molto tetre. Anche a S. Domino si occuparono due cameroni, sulla strada che porta al campeggio del T.C.I., per alloggio confinati. Tutti i deportatori evacuarono e si resero liberi nel 1943 alla notizia della caduta del fascismo.

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ACQUE CHIARE, AZZURRE.

Acque chiare, azzurre come II cielo, verdi come di smeraldo, terse con fondo d! corallo frammisto ad argenteo-conchiglia di madreperla, dove spiccano stelle vaganti, alghe rossastre, pesciolini multicolori; acque quiete, tranquille per II navigante, riposanti per le vele che cercano composizione di colori e di bellezze nelle acque che solcano e in cui si specchiano; diritte sopra gli scogli ciclopici dalle forme singolari e terre con punte formanti seni come baie e cale dove si spinge il profumato pino d'Aleppo; entranti in grotte, dove prendono lucentezza di colori dall'azzurro e violetto, al verde e carminio, per i raggi di Sole che le attraversano e loro riflettersi dal fondo variopinto e t'Infrangersi su rocce violette; posantesi su arenili di spiagge affollate di bagnanti distesi su granelli; acque di mare, da cui l'artista cerca l'ispirazione per la sua arte, e l'innamorato cerca l'abbraccio atteso sulla spiaggia di fuoco, e aspetta li vicino al mare, invocando il mare che riprenda i palpiti che non vadano perduti, e si ritrovano allo stesso angolo di mare e di cielo, nella stessa spiaggia, in tempo vicino, pensando ad ogni suo mormorio come a un fremito, a un palpito patito per una bagnante che sembrò venire dal mare.

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LA LEGGENDA DI DIOMEDE

Si tramanda come l'eroe greco, nel sec. XI a. C., reduce dalla guerra di Troia, giungesse alle Tremiti, e poi nel Promontorio, sbarcando a Rodi, e dirigendosi in Puglia, antica Ausonia, dove costruì città cui impose nomi di sua origine.

Le Tremiti furono chiamate "Isole Dlomedee".

Fondò le città di Vico del Gargano, Lucerai, Arpie, a otto chilometri da Foggia, Siponto, presso Manfredonia ed altre città, che vantano tutte origini dall'illustre eroe greco.

Già sotto l'Impero di Roma, smarrito il ricordo del leggendario eroe greco, si continuò a chiamare l'arcipelago coll'antico nome di Tremetus eTrimerus e in italiano Tremiti, che significa

trèmiti o tremori, con riferimento alle scosse telluriche che divisero l'unica isola In Isole più piccole costituenti l'arcipelago tremitese, e probabilmente distaccarono queste terre dal Gargano, molto simile. Si dice che Dio mede in ultimo arrivasse a Tremiti, col compagni, e colto da morte, fosse seppellito quivi, probabilmente nei pressi del sepolcreto greco-romano. La leggenda vuole che I compagni, secondo una mitologia greca tramutati in uccelli Diomedee (simili a gabbiano con bianco petto ma con le ali e il corpo grigi), svolazzassero perennemente tra scogli marini di notte, emettendo grida simili al piangere di bambino, a compiangere della morte del loro duce.

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LA MURAGLIA DI FORTEZZA.

Ci sovrasta imponente la muraglia di fortezza del Castello dei Badiali. Sappi che al governo dell'Abbazia si succedettero tre ordini di frati: i Benedettini, primi, nel 1016; i Cistercensi dal 1237; i Canonici Lateranensi, ultimi, dal 1412 al 1780, che escogitarono di difendersi da attacchi nemici e pirateschi con mura colossali, Invalicabili, che ammiriamo. Scorgiamo vicina la Casa dell'Ammiraglio, di recente dismessa a Centrale Elettrica. Varchiamo il primo portale, di legno massiccio, alla cui sinistra vi era l'accesso che immetteva ad una passerella in legno che congiungeva l'isola al Cretaccio e questo con S. Domino. Saliamo la prima rampa fiancheggiata da muraglia di cinta con feritoie per spari di moschettoni, alla fine ci troviamo sotto ad un portale con scritta "coterei et confriget", di monito all'invasore che «verrà schiacciato e stritolerà». Sovrasta il porticato di questo portale il Torrione del Cavaliere del Crocifisso, un tempo Integro. Alla voltata della rampa, notiamo la cappelletta della Madonna delle Grazie, che si festeggia il 2 luglio, con processione a mare. La rampa termina con porticato che è la base della Torre del Pennello, che reca scolpito, visibile dal mare, lo stemma crociato dei canonici lateranensi. Lo straniero deponeva le armi nella stanza, detta dell'Uomo Armato, sottostante alla torre predetta. Le due rampe sono di metri SO la prima e 70 la seconda. Lo sguardo può ora spianarsi, e guardare dappertutto: da vicino il villaggio, ex colonia di confino fascista, sullo sfondo il Castello, alla sinistra si notano due corazze di ferro, di copertura dei cannoni serviti nella prima guerra mondiale e libica del 1911, con piazzatura, esistente, sul vicino terrazzo, detto pertanto Sul Cannone. Da questo terrazzo è possibile cogliere l'Arcipelago nelle sue bellezze complementari.

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TREMITI PRIMO BERSAGLIO DEQLI AUSTRIACI.

II 24 mag. > >915 subito allo scoppiare della prima guerra mondiale, apparvero gli Austriaci per lo scopo di intimorire la popolazione con spari, che colpirono la facciata anteriore, rivolta al mare, del Torrione del Cavaliere di S. Nicolo. Successivamente, a breve distanza, gli Austriaci riapparvero per la missione di interruzione delle comunicazioni telegrafiche con la terraferma. Presto la nave nemica prese a sparare alcuni colpi di cannone, colpendo e abbattendo i locali in alto del Torrione del Cavaliere, senza che i nostri rispondessero al fuoco, indi gli Austriaci si schierarono tutti sulla coperta della nave, ed alcuni scesero a terra per II taglio dei cavi telegrafici sottomarini. La Guarnigione militare del Forte di Tremiti si radunò In segreto in un grottone che aveva di mira il nemico, attendendo ordini. Raccontasi che II Comandante della guarnigione fosse irritrovabile, e ci fu pure chi asserì che si fosse rinchiuso in una botte.

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IL CASTELLO DEI BADIALI.

Siamo sotto il Torrione del Ponte, fatto costruire da Carlo II d'Angiò, sotto i Cistercensi, una torretta con merlature e piombato! Per il comando del ponte levatoio.

All'interno del portale si nota, murata, la porta che da andito alle feritoie per spari di moschettoni; da una stanza grande ha Inizio un cunicolo che s'interra e di cui non si conosce esattamente la terminazione e si pensi sbocchi all'estremità di S. Nicola, o addirittura immetta alla Capraia attraverso il canale di mare. Da servire, s'intende, per la salvezza dei frati tanto laboriosi, e preveggenti da custodirvi viveri Indispensabili in un lungo assedio. Eccoci arrivati alla Meridiana, cisterna formidabile, opera dei frati, ricostruita verso il 1962 (il nome lascia intendere la sua funzione di segnare l'ora a mezzo dei raggi di sole, in origine quando si supporrebbe non fosse ricoperta dal terrazzo). È profonda m. 17. SÌ salgono Intanto alcuni gradini, cosi vicini per comodità degli asinelli! Che dovevano transitare. Il gradino in alto, ha la data 1792 della ricostruzione.

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LA CHIESA DI S. MARIA A MARE - FACCIATA.

Finalmente possiamo ammirare il capolavoro dei frati, la Chiesa di S. Maria a Mare. Fu costruita dai monaci nell'anno 1045, al posto dove vi era l'antica cappella eretta dall'eremita col denaro del tesoro trovato per indicazione della Madonna.

Su ordinazione dei Canonici Lateranensi, l'architetto e scultore Andrea Alessi da Durazzo, e lo scultore Niccolo di Giovanni Cocari, fiorentino, operarono nell'anno 1473 II rifacimento con pietra bianca di Bisceglie, dell'intera facciata e del portale, con motivi decorativi rinascimentali che rivelano l'influsso veneto-toscano.

Si notano: in alto, due piccoli angeli che sollevano un candelabro. In mezzo, la Vergine Assunta, coi cherubini e apostoli che sembrano tirarle la corona del Rosario; ai suoi lati la statuetta di S. Paolo, a destra, e altra irriconoscibile. In basso, una lunetta con bassorilievo dove una volta si poteva distinguere S. Agostino mostrante I dogmi della Regolare Vita dei canonici lateranansi. Sulla facciata si vedono segni di cannonate sparate nel 1809 dagli Inglesi e Russi, appostati in S. Domino, nella lotta contro i Francesi di Giuseppe Napoleone, a capo dello Stato napoletano, con vittoria del francesi per il valore degli isolani.

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LA CHIESA DI S. MARIA A MARE - INTERNO

Consiste di tre navate, quella centrale quadrilatera, molto ampia, che lascia pensare come l'altare sorgesse al centro della chiesa, a guisa delle chiese bizantine, la cui arte è imitata in vario modo (si notino i mattoni alle colonne), e dove qualche autore vorrebbe ritenere tuttora l'esistenza della cripta col tesoro. L'esistenza, in alto al frontale dell'attuale presbiterio, di semiarchi, ripieni, fanno chiaramente pensare al loro sostentamento su colonne che concentravano la vista e l'attenzione dei fedeli al centro.

Il presbiterio è delineato da arcate, ricche di motivi decorativi gotici, rifacimenti dei monaci Cistercensi, che rivelano una diversità con le restanti colonne e archi, più semplici, di rimaneggiamento bizantino. Risalta subito all'occhio: la Croce lignea, a sinistra; il polittico veneziano, di fronte; il pavimento mosaico. Appartata a destra, la cappella del Beato Tobia da Como, con le sacre reliquie. In fondo alla navata sinistra, la statua lignea di S. Maria a mare.

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IL CROCIFISSO.

Appena entrati ci sentiamo attratti e nello stesso tempo scossi dal corpo denudato e patetico dal Cristo crocifisso, opera di rarità singolare e di valore inestimabile.

La Croce lignea, presenta formato particolare, con allargamento della tavola centrale raffigurante l'evangelista Giovanni testimoniante e la Vergine Implorante al fianchi del Cristo, a grandezze monumentali, alta 3,44, larga m. 2,58, di tradizione blzantlno-siriane, caratteristiche che poche altre in Italia hanno e gli o uguale soltanto la croce dipinta da Alberto Sotto nel Duomo di Spoleto. Il dipinto Invece è rarità solo nella Croce tremltese. Si mette in risalto la rarità della configurazione del Cristo con braccia lunghe, corpo magro e lungo, testa piccola rispetto al corpo, occhi grandi e aperti, volto sofferente e corpo leggermente rivoltato, con proporzioni singolari di parti, ed In questa peculiarità delle proporzioni ne differisce dalle altre e si diversifica Inoltre dalle rimanenti dal tono patetico che è carette-ristico dell'arte bizantina. Pertanto si ritiene d'Importazione orientale, del sec. XI e non più tardi del sec. XII. Nel significato dei bizantini è la rappresentazione del Cristo morto e risorto, secondo la tradizione orientale che vedeva il Cristo morto sulla croce nell'attimo contemporaneo in cui finiva di soffrire per salire al Padre, e per la quale credenza il volto del Cristo è raffigurato non tutto cadente verso terra ma leggermente sollevato verso l'alto.

Con meravigliosità sorprendente, II capo del Cristo lo si vede, di vero, girare verso la parte da cui si guardi. Il retro riporta raffigurato l'agnello.

I restauratori Brizi d'Assise, nel settembre 1922, riportarono su tavoletta, quanto trovarono scritto nella custodia del Crocifisso, che tradussero in tal senso: nell'anno 747 qui portato dalle spiagge greche, per via marine, nave la Croce, nocchiero ero lo (II Cristo), significando che la Croce giungesse alle coste tremitesi miracolosamente guidata dallo stesso Cristo. Comunque l'iscrizione sulla custodia non è di provata autenticità. La Croce, che deperiva in un angolo umido, subì un ultimo restauro a Roma, da dove fu ritirata a fine settembre 1961.

La pittura venne completamente asportata e poi riportata sullo stesso legno previamente trattato con materiale plastico e resinoso per la sua duratura conservazione.

II soffitto ligneo con decorazioni pittorìche barocche raffiguranti l'Assunzione della Vergine: una scritta sull'arcata del presbiterio, ne Indica la data, nell'anno 1775, di ricostruzione.

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IL PAVIMENTO MOSAICO.

II pavimento conserva avanzi di mosaico greco-bizantino, stupendo nei colori, e disegno geometrico e figurativo, che risale all'epoca stessa in cui i Benedettini edificarono la chiesa, attorno il 1045. Il mosaico fu messo in mostra nel restauro dell'anno 1963, sino allora rimasto deturpato da rappezzi di cemento. Presso l'altare maggiore, il

mosaico dell'albero della vita, abbattuto ovvero rigoglioso, è simbolo di decadimento o rifioritura dell'abbazia. A destra del grifo, che occupa il centro del disegno della navata centrale, vi è raffigurato l'uccello di Diomedea, specie caratterizzata dal canto notturno di lamento eguale a quello di bambino che piange.

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IL POLITICO VENEZIANO.

Opera mirabile di scultori veneziani, della metà del sec. XV, su ordinazione dei Canonici Lateranensi, che rispecchia lo stile dorico-veneto. Vi sono rappresentati, con dovizia d'Intagli e dorature:

Al centro: l'Assunzione di Maria contornata dagli Apostoli, e l'incoronazione di Maria Vergine. A destra: Santa non identificata, S. Michele, S. Agostino (a devozione dei Canonici Lateranensi osservanti la regola del Santo africano), S. Giovanni Battista coll'agnello (rappresentante Cristo: "Ecce Agnus Dei" disse appena Lo vide). A sinistra: S. Nicola di Bari, S. Crlstoforo col Bambino sulle spalle; e in basso, S. Benedetto col libro della Regola, fondatore dell'ordine benedettino a Montecassino, e S. Gregorio Magno, che diffuse l'ordine dei Benedettini. Per grandiosità il polittico tremitese è stato accostato (dal Salmi) a quello del duomo di Piacenza e di S. Zaccaria di Venezia (cfr, M. D'Elia, Mostra d'arte in Puglia).

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CHIOSTRI DEL MONASTERO.

Al lato della chiesa, s'incontra un primo chiostro, formato di porticato con volta a crociera, e loggiato che gira (utt'inlorno, con vista sul mare. Al suo centro esiste un'artistica cisterna, restaurata nell'anno 1973. Poi ci si comunica con un altro chiostro, stupendo, dove risaltano le colonne dorico-ioniche, finemente adorne, e i medaglioni, diversi tra loro: di questi, il settimo, reca la scritta "1546 AVE REGINA CELORUM" che è la data di costruzione del colonnato ad opera dei Canonici.

Ha medesimamente un'ampia cisterna al centro.

Si noti come il chiostro fosse ricolmato di terra, in origine a livello Inferiore al mezzo metro, che si deduce dall'altezza degli ornamenti messi in luce alla base delle colonne nel restauro del 1963. Il cornicione di spigolo, mostra un pezzo di semiarco e basamento interrotti, il cui caso ci assicura che il porticato continuava nei restanti tre angoli con loggiato da servire ai frati di vista sul mare durante la passeggiata.

La ruberia dei tre ordini di colonne, si deve attribuire ai Francesi della Rivoluzione che asportano dall'Italia molto di quel che reputavano di artistico.

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L'ABBAZIA TREMITESE
LA PRIMA CAPPELLA COSTRUITA DALL'EREMITA.

La leggenda tramanda che attorno al 312 d.C. vivesse in umiltà di costumi e in preghiera un eremita cui la Madonna andò in sogno, per indicargli il luogo dove sicuramente ritrovare II tesoro. L'umile uomo non si premurò, e la Madonna gli va nuovamente in sogno rimproverandolo della pigrizia. La leggenda vuole che fosse il tesoro della tomba di Diomede. Con il denaro ricavato dal ritrovamento, a devozione il sant'uomo eresse una cappella che dedicò alla Vergine nel luogo dell'attuale chiesa e per la quale molto materiale prezioso Introdusse da Costantinopoli.

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I BENEDETTINI.

Essendosi sparsa la fama della devozione per la Madonna di Tremiti, il Papa inviò frati dell'ordine Benedettino, dipendenti da Cassino, per i divini uffizi, nell'anno 1016. Questi frati, nel 1045 intrapresero la costruzione della chiesa, nel luogo dove vi era la cappella dell'eremita, e del monastero. Provvedevano al necessario di vita, oltre che con la coltivazione della terra tremitese e di S. Domino, molto fertile, che essi chiamarono orto di paradiso, più ancora col commercio con ogni razza di gente, anche pirata. Divennero ben presto ricchi, oltre che per lasciti di devoti, accumulando grandi tesori e acquistando terre in terraferma. Si fecero guerrieri, assoldando truppe al loro seguito, per necessità di difesa. Divennero tanto potenti da contestare validamente la dipendenza dalla superiore Abbazia di Montecassino, fino a ottenere promessa solenne d'indipendenza assoluta. Le continue insubordinazioni, la noncuranza alla conservazione del patrimonio terriero, e la rilassatezza a vita che non sia quella religiosa, indusse l'autorità papale a intraprendere un'inchiesta, condotta dal vescovo di Dragonara, che convocò in terraferma l'abate e monaci tremitesi, non avendo avuto coraggio di attraversamento del mare per Tremiti per paura di pirati slavi amici dei monaci tremitesi.

L'inchiesta portò alla decisione di allontanamento dell'ordine benedettino da Tremiti nell'anno 1236.

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I CISTERCENSI.

Inviati nell'anno 1237, religiosi dediti ai divini ministeri e non bellicosi come I frati che li precedettero. Essendosi sparsa la voce degli inestimabili tesori e ricchezze accumulati dal monaci tremtesi, e particolarmen-te dai Benedettini, slavi pirati del Castello d'Almisio, paese a 10 Km. da Spalato, escogitarono il modo d'impossessarsene. Giunti a Tremiti assaltarono per due volte la fortezza senza riuscita. Indi il loro capo, a nome Almagovaro, si fece rinchiudere, a guisa di morto, nella bara dove avevano nascosto armi da taglio. Due di loro si recarono dai frati per insistere di seppellire da cristiano lo sventurato capitano, falsificando che, In fin di vita pentito, avesse lasciato loro trecento scudi veneziani.

Quei frati, allettati dal lascito cospicuo e dall'esteriorità compunta per il finto trapassato, nulla quelli lasciando trapelare dell'interno proposito massa-oratore di loro stessi e saccheggiatore dei tesori, dettero permesso di salire disarmati. E mentre quei buoni religiosi recitavano preghiere di pace per l'anima creduta trapassata, ecco il finto morto si rialza e ognuno di quelli afferrata una lama che nella bara si trovasse, si avventa come belva contro gli sventurati frati. Indi quei perfidi si dettero a ogni ruberia, profanando ancora il sacro luogo.

Tornato l'abate che si trovava per sua fortuna fuori, e avendo trovato i confratelli tutti sgozzati e esanimi, riprese diritto la via di Roma, reclamando la scomunica per quella gente empia. In verità la scomunica si fece sentire, tanto che le mogli non avevano figli, e se nascevano venivano deformati, e nessun prodotto di terra veniva a maturazione. Talché, ripetutosi il fenomeno per diversi anni, e credendo veramente operare la vendetta divina, che era credenza durasse cento anni, quella gente prese accordo di mandare il curato, a loro spese, a Roma per l'assoluzione papale. Tolta la scomunica, quei perfidi, non vollero saperne delle spese. Il tal lutto fu talmente temuto che i pochi frati scampati assieme all'abate, avanzarono richiesta ed ottennero dal Papa l'esodo volontario dall'isola nell'anno 1343, che segnò la fine del Cistercensi a Tremiti.

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I CANONICI LATERANENSI.

Dopo l'esodo volontario dei Cistercen-si, nell'anno 1343, l'isola fu data In commenda a Cardinali, che l'amministrarono con concessione delle terre e enfiteusi. Nell'anno 1412, benché contro voglia, essendo vivo il ricordo del precedente eccidio da parte di pirati slavi, fra Leone Cherardini, rettore dei Canonici Lateranensi, dovè accettare l'Invito di recarsi, assieme ad altri canonici, a Tremiti. Questi pensarono subito a ben fortificarsi affidando la loro salvezza a fortezza inespugnabile e a difensori della Santa Religione. Cosi intrapresero di buona voglia la costruzione di tutta la muraglia di fortezza della marina, completarono quella di fortezza del Castello, delimitate dal Torrione Angioino e Cavaliere di S. Nicolo, che restaurarono e ampliarono, e Iniziarono, oltre detto Torrione del Cavaliere, la tagliata dell'isola coll'intento di separare il Castello con la creazione di canale di mare, da rendere il forte inespugnabile da qual-siasi parte.

Ottennero poteri di amministrare la giustizia e torturare i delinquenti. Assodarono fino a trecento soldati, con i quali potettero resistere all'attacco del Gran Turco Sol i m ano II, che, forte di 150 galee, comandante dal pascià Pialy, assediò il 5-6-7 agosto 1567 le

Tremiti, ritenute base indispensabile per esigenze di pirateria. Alla notizia dell'assedio, frate Nicolo da Vico, capitano di una nave dell'Abbazia, aiutato da altri valorosi, quali Frate Alberico, detto testa di ferro, riuscirono coll'astuzia di travestimento a impossessarsi di una galea turca, presso il Fortore, con la quale mossero verso l'Abbazia Tremitese, che era ben difesa dai confratelli votati al sacrificio della Religione.

Alla fine Pialy, disperando dell'esito, anche per l'avvicinarsi di temporali, tolse l'assedio, prendendo la via di ritorno, ma subendo qualche perdita (i busti bronzei di cannone del museo si riterrebbe appartenessero a qualcuno di queste galee affondate). Amministrarono una popolazione residente di circa 600 persone (circa 100 i canonici) e numerose dipendenze in terraferma, tra le quali le chiese di Galena, presso Peschici, Montenero, S. Nicola Imbuti, presso il lago Varano, che l'apparteneva, S. Agata, presso Lesina, S. Maria in Valle e di Frisa, presso Chieti, S. Maria di Ripalta ed altre. Nell'anno 1780, Ferdinando IV di Napoli, soppresse definitivamente l'Abbazia di Tremiti, cambiandone volto con l'istituzione della colonia penale.

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SCOPERTA DI REPERTI ANTICHI MUSEO CIVICO DI S. NICOLA.

Nel secolo che corre si rinvennero: Da parte dello Squinaboi: lance, asce, coltellini formati di materiale di selce, e vasi decorati con segni impressi con stecche di legno, gusci di conchiglie, e unghie di uomo dell'età della pietra. Da parte del prof. Zorzi di Verona, e Rasa, numerosi scheletri umani ricavati da roccia in cui erano pietrificati, da assegnarsi all'era neolitica della preistoria. Da parte ancora del Zorzi, si rinvennero in mare: anfore romane, quattro fusti di cannone di bronzo e due ancore grandiose, lunghezze m. 3,05 e m. 3,66, probabilmente appartenenti alle due galee turche affondate da tremitesi, nell'assedio del 5, 6, 7 agosto 1567.

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IL SEPOLCRETO GRECO-ROMANO LA TOMBA DI GIULIA.

Oltrepassata la tagliata di S. Nicola, sotto la fabbrica caserma della Marina Militare (di appostamento nella prima guerra mondiale) vi sono alcune fosse, scavate nella roccia, più piccole della media statura d'uomo, a motivo dell'usanza dei Greci e Romani di seppellimento rannicchiato sul lato rivolto alla levata del sole, come per mirare il sorgere della vita perduta! Vicino si noti l'esistenza, intatta, della grotta della Madonna, cosi denominata dal supposto ritrovamento di statuetta raffigurante la Madonna. Ancora in questi pressi la leggenda vuole si trovasse la tomba di Diomede (quale?)

scoperta dei resti umani e del tesoro di cui era ricca. Qui dovrebbe pure localizzarsi la tomba di Giulia, nipote dell'imperatore romano Augusto, da Tiberio relegata per infime prostituzioni, sorvegliata dal feroce carceriere Numida, e deceduta alle Tremiti dopo aver scontato venti anni di esilio.

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L'ARCHITELLO DI CAPRAIA. IL GROTTONE.

Perfetto di architettonica naturale, pittoresco, che lascia Intravedere uno sfondo con penisola sinuosa e il Gargano, con retrostante laghetto attorniato di mare, cielo e terra, dove l'Arte-Natura ha voluto erigerei un tempio rituato da aves diomedeae, osservato da occhio umano dal sovrastante faro, da dove l'anima manda pensieri di piccolezza di sé, presa dal soprannaturale. L'archiello ha grandezze colossali. Largo metri cinque, con fiancata di metri quattro e altezza di metri sei. Ha acque fosforescenti colore smeraldo. Il faro, che si specchia nel laghetto racchiuso dall'architiello, si accende automaticamente all'imbrunire e si spe-gne con la luce solare. Nella cala a fianco si trova il Grottone, la grande grotta di altezza di 15 metri, larghezza di 8 metri e lunghezza di 10 metri, che serve di riparo alle barche del pescatori che vi prendono rifugio per scampare ai temporali. Le sue acque sono azzurro fosforescenti.

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LA GROTTA DELLE VIOLE.

Acque chiare, che lasciano intravedere nel fondo terso di cristallo, molluschi variopinti, sguizzanti pesciolini di colore argenteo, stelle vaganti, alghe rossastre, che colorano di scarlatto vivido le acque di una parte; mentre dall'altra parte, raggi di Sole radiante, penetrano nell'intimo del fondo e nel n flettersi In alto e rifrangersi sugli scogli di color violetto recano alle acque attraversate una lucentezza di azzurro come di cielo in giorno sereno.

E infine attornia questo spettacolo una corona di fiori, formata nel sovrastante vallo dalle essenze dei fiori di cen laure, ambrette e cinerarie violette, e che si specchia In un (aghetto antistante e nell'azzurro fosforescente della grotta, che è contemplazione di spettacolo mirabile d'arte naturale e divina, che nell'insieme riempiono di stupore per le bellezze tanto insolite e infondono nell'animo l'ebbrezza dell'incanto di natura meravigliosa.

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LO SCOGLIO DELL'ELEFANTE.

Appena prossimi alla punta di S. Domino, oltre cala Matano, scorgiamo, con stupore, uno scoglio grandioso a forma di animale.

L'animale tutto in roccia, simile ad elefante di altezza di venti metri appare accovacciato, con proboscide tesa, come per fiutare la brezza marina, e chissà, il respiro del mondo. La natura ha voluto immedesimarsi sotto forma di elefante, ma più mastodontico del conosciuto animale forse a voler significare come essa possa fare le cose più grandiose e perfette di quanto gli uomini sappiano.

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I PAGLIAI.

Verso Punta del Diamante, sotto alta roccia e vicino a spiaggetta arenosa, si erigono monoliti maestosi, a forma di piramidi, somiglianti a veri pagliai. In numero di sette, di cui qualcuno ha la base aperta per l'attraversamento del mare, o altro mostra sulla punta resti di vegetazione, segno del recente distacco dalla costa di S. Domino. Vaganti nell'azzurro mare, artefici del proprio destino, come per significare la conquista dell'individualità.

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LA GROTTA DEL BUE MARINO.

Appena intravista, qui lo sguardo si spaventa, per quel senso di timore verso l'Ignoto immenso e cupo. La grotta s'interna per una lunghezza di metri 70 e si allarga da 6 a 14 metri per formare in fondo, nel buio semlfioco del giorno e tetro della notte, una piccola spiaggia arenile. E il senso del timore ti prende il polso al pensiero d'incontrarli col bue marino, una foca lunga tre metri e del peso di quintali, più volte vista dai locali nella caverna. Ma tranquillizzati, turista, perché il plnnipede non assale la specie umana. Se proprio per un momento ti trovassi solo col plnnipede, esso avrebbe paura di te fatto avviso dall'Istinto di natura che ha circostanziato la razza umana come carnivora, da schivare (e difettando del senso di scernimento da uomo a uomo). Narrasi dai locali che è stato più volte visto (all'ìncirca ogni due anni, o meno), oltre che nella grotta che porta il suo nome, anche seduto sugli scogli, a prendere Sole, in attesa di cogliere l'occasione, un tempo quando vi erano molti vigneti, dell'incustodia per approfittare di una scorrerla a gustarvi una bella mangiata dell'uva di cui è ghiotto, quale frutta naturale, a danno di quelli che hanno faticalo tutto l'anno per produrle, e non conoscendo le limitazioni che alla proprietà gli uomini danno.

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