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VIESTE
guida turistica.

(estratto ad uso dei disabili visivi da Vieste on line,
a cura di Franco Frascolla).

Indice.

Il Gargano.

Il Gargano, detto anche lo Sperone d'Italia, è un massiccio promontorio di oltre 2.000 Kmq, che si proietta nel mare Adriatico per una lunghezza di 65 km ed una larghezza di 40 km. Il terreno, di origine calcarea, ha un aspetto forte e selvaggio e scende con sbalzi ripidi specie nella parte meridionale e sul versante marino, dando origine a panorami superbi e maestosi. La parte settentrionale, invece, è più degradante e meno aspra ed è caratterizzata dalla presenza dei laghi di Lesina e Varano, ricchi di pesci (specie di anguille) e meta obbligata degli uccelli migratori. Nella costa bianca, alta e frastagliata, sono ubicate numerose grotte, prodigi dei venti e dei marosi, superbi spettacoli della natura in cui fanno capolino i riverberi di mille colori.
Il Gargano è coperto da una ricca e florida vegetazione, in cui dominano, fra le tante specie della macchia mediterranea, il rosmarino e il ginepro e grandi distese di pini d'Aleppo e lecci. Fra le piante d'alto fusto sono da ricordare le vaste distese di pinastri o pino d'Aleppo sparse su tutto il territorio e i boschi di Monte Spigno, Quarto, Sagro, Rozzo Alto e, per estensione e bellezza, la Foresta Umbra (11.000 ettari) con i secolari tassi e i maestosi faggi, con varie qualità di abeti, aceri, tigli, càrpini, cerri, ornelli e castagni.
L'uomo, presente fin dalla preistoria, ha fissato i suoi insediamenti, prevalentemente, sulla fascia superiore del Gargano (Lesina, Poggio Imperiale, Apricena, Sannicandro Garganico, Cagnano Varano, Carpino, Ischitella, Vico del Gargano, Rodi Garganico, Peschici e Vieste), in quella meridionale (Rignano Garganico, S. Marco in Lamis, S. Giovanni Rotondo, Monte S. Angelo, Manfredonia e Mattinata) e nelle vicine fascinose isole di Tremiti. Esplica la sua principale attività in agricoltura e nell'allevamento del bestiame e presta molta cura nella coltivazione dell'ulivo, del mandorlo, della vite e degli agrumi.
Attraverso lo svilupparsi dei millenni, ha subito le innumerevoli immigrazioni preistoriche, le dominazioni dei Greci e dei Romani, dei Goti e dei Longobardi, dei Bizantini e dei Normanni, degli Spagnoli e dei Francesi ed ha dato il suo contributo anche di sangue per l'unità d'Italia.

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Vieste.

E' la città più orientale del promontorio del Gargano, delimitata da due lunghe spiagge sabbiose, ed è meta ambita dei turisti provenienti da tutte le parti d'Europa. Nella parte piana della penisoletta si estende il quartiere ottocentesco e moderno, mentre sul dosso roccioso è arroccato il pittoresco centro storico, tipico del periodo medievale, caratterizzato da strade strette e non allineate, le cui abitazioni con le tipiche scalinate esterne (mignali) sono unite di tanto in tanto da esili archi di contrafforte.

Ha una popolazione di oltre 13 mila abitanti, che nella gran parte dell'anno si dedica alle attività agricole e marinare. A partire dal 1963, il turismo internazionale ha avuto un grande impulso e, lungo tutta la fascia costiera, in cui si alternano ampie spiaggie e cale silenziose, sono sorti numerosi campeggi ed alberghi, che accolgono migliaia di villeggianti, e offrono loro una serena e salutare vacanza. Inoltre, il territorio, molto avanzato nel mare e soggetto a tutti i venti, concede agli amanti del windsurf, la gioia e il piacere di veleggiare nell'immensità del mare.

L'Amministrazione Comunale e l'Azienda di Soggiorno e Turismo organizzano manifestazioni culturali, folkloristiche e cinematografiche (concerti di musica classica e leggera, rappresentazioni teatrali e balletti, proiezioni di films con la presenza dei protagonisti, mostre di pitture e di artigianato, ecc.), per allietare le serate dei visitatori.

Il villeggiante che ama viaggiare ed è desideroso di conoscere altri ambienti, può inserirsi nelle gite collettive e visitare le suggestive grotte marine lungo la costa meridionale di Vieste, le affascinanti isole di Tremiti, la grotta di S. Michele a Monte S. Angelo o la tomba di Padre Pio a S. Giovanni Rotondo, le grotte carsiche di Castellana o lo zoosafari di Fasano o muoversi con la famiglia e gli amici per un pic-nic nella vicina Foresta Umbra.

"Non uno degli elementi che costituiscono il patrimonio turistico di una Regione o di un paese manca al Gargano: il clima sanissimo, le immense distese dei boschi, le bellezze naturali, i monti elevati e pittoreschi, le marine assolate e salubri, i centri che offrono infinite ragioni di curiosità e di interesse per il viaggiatore. Perciò un'escursione nel Gargano, lungo la costa e nell'interno, costituisce uno di quei godimenti che soltanto pochi paesi privilegiati possono dare" (G. Mariotti, Nostalgia di Puglia).

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Nella preistoria.

Le sue origini si perdono nella notte dei tempi. Fin dal Paleolitico l'uomo fu presente su tutto il territorio, perchè‚ qui vi trovò l'habitat ideale: clima mite, sorgenti di acqua potabile, terreno ferace con abbondanza di frutta e con ricchezza di selvaggina stanziale e migratoria e, lungo la costa, innumerevoli insenature con ricca varietà di pesci.
Le zone di maggiore frequentazione furono quelle di Vallecoppe, Campi, Costella, Puntalunga, Macchione, Passo dell'Arciprete, Sfinalicchio e tantissime altre ancora. L'uomo lavorò la selce, cosparsa su tutto il territorio, costruendovi gli strumenti di lavoro, di caccia e di difesa.
L'impianto maggiore dell'industria dei manufatti litici è stato rinvenuto, pochi anni or sono, a circa tre chilometri da Vieste, in contrada Defensola, con la scoperta della miniera di selce, definita una delle più grandi d'Europa.
Nei pressi del Castello e sulla Punta di S. Francesco sono ancora visibili resti di tombe dell'Età del Ferro, mentre il dolmen che vi era in contrada Molinella, è andato irrimediabilmente distrutto, circa venti anni fa.

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nella storia Antica.

Durante i lavori di sbancamento dei terreni e durante gli scavi per le fondazioni di nuovi edifici, sia all'interno del paese che nelle immediate vicinanze, vale a dire su un territorio più ampio di quello occupato dall'odierna Vieste, sono affiorate testimonianze di abitazioni e, ultimamente, anche di uno stabilimento termale, risalenti al periodo pre-romano.
Oggi si è orientatati ad identificare questa città sepolta con l'antica Uria (sec. VI a.C.), ricordata da vari autori greci e latini, come Strabone, Dionisio Libico, il Perigeta, Plinio, Tolomeo, Pomponio Mela. La maggiore testimonianza viene data dalla scoperta del tempio della Venere Sosandra (avvenuta nel 1987) in una grotta scavata sull'isolotto di S. Eufemia (su cui è ora ubicato il Faro) e citato da Catullo nel Carme 36, sulle cui pareti sono state incise, da parte di marinai, numerose dediche alla dea, in greco e in latino, databili tra il III sec. a.C. e la tarda età romana.
Intorno a questa città vi erano altri insediamenti umani, come quello di Apeneste (sec. II d.C.), ricordata da Tolomeo, e da ricercarsi, a sud di Vieste, nella zona di S. Salvatore, sul cui territorio sono sparse centinaia di tombe a cassette. A Nord-Ovest, invece, prospiciente il Piano Grande, vi erano le ville romane di Merino e Fioravanti, realizzate senz'altro con le leggi romane "Sempronia" e "Julia".
Questi centri erano dediti esclusivamenti alle attività agricole e alla pastorizia e il commercio avveniva tramite i porti di Campi e di Porto Greco per Apeneste e con quello di Scialmarino per le ville.
Nel Museo Civico, ubicato nel centro storico, sono conservati non solo reperti di epoca preromana, fra cui alcuni frammenti di stele che riportano un'iscrizione epigrafica con caratteri messapici, definita "il più illustre documento linguistico dell'antica Daunia" (O.Parlangeli), ma anche materiali fittili (vasi di forme e grandezze diverse, lacrimatoi, lucerne, olle funerarie), corredi metallici di usi diversi (armi, pentole, spille, spirali) ed àncore di pietre e di ferro.

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Le necropoli paleocristiane.

Il Gargano è tra le prime regioni d'Italia a conoscere ed accettare il messaggio di Cristo. La diffusione fu opera principalmente dei marinai che avevano relazioni commerciali con i paesi del Levante, ma anche dei primi evangelizzatori orientali che sbarcavano sulle coste pugliesi, ma solo a partire dal III secolo l'accettazione si fa più sensibile. I neofiti si riuniscono in luoghi appartati, in ipogei scavati nelle rocce, forse già utilizzati dagli uomini della preistoria, per istruirsi, pregare insieme e seppellirvi i loro congiunti. Questi luoghi, noti come necropoli paleocristiane, sono sparsi su tutto il territorio di Vieste, specie dove vi era un insediamento umano notevole. Le più note sono quelle di S. Nicola, nella zona Pantanello; della Salata e Salatella sulla punta rocciosa terminante con la spiaggia di Scialmarino; di Caprarezza, sulla collina nei pressi del Santuario di S. Maria di Merino; di Grotta Spagnola, ad una decina di chilometri a sud di Vieste; di S. Tecla nella zona omonima sulla litoranea Vieste-Mattinata e di Menelite in contrada Vignanotica; mentre quelle di S. Giacomo e di S. Lorenzo, nelle immediate vicinanze del paese, sono andate distrutte dai cavamonti. In tutte le necropoli si notano tombe terragne, sparse senza un ordine prestabilito, e tombe parietali, alcune delle quali inserite in arcosoli

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nel medioevo.

Durante la dominazione bizantina Vieste godette le attenzioni e i benefici del governo di Costantinopoli. In questo periodo fu amministrata dal turmarca, che si avvaleva della collaborazione dei notai, dei giudici, dei "boni homines" e del vescovo. Veniva scelto fra gli aristocratici locali e provvedeva alla difesa della città, all'amministrazione della giustizia, a regolare il commercio e a tutelare i diritti di proprietà e le esigenze della vita sociale.
Nella seconda metà dell'anno Mille diventò Signore di Vieste Roberto Drengot, nipote di Rainulfo, il primo normanno che scese in Puglia. In questo periodo furono costruiti nella parte alta della città il Castello e la Cattedrale.
Per la sua posizione strategica, che da sempre costituì la testa di ponte col vicino oriente e meta obbligata per chi dal mare traeva risorse di vita, diventò anche un importante centro di difesa del Gargano.
Orseolo II, doge di Venezia, vi approdò nel 1002, quando accorse con 100 navi in aiuto di Bari assediata dai Saraceni. Il papa Alessandro III vi soggiornò per un mese prima di imbarcarsi alla volta di Venezia per firmare la pace con Federico Barbarossa (1177).
L'imperatore Federico II di Svevia l'ebbe sempre a cuore e la colmò di benefici. Si vuole che nel 1242, dopo la terribile incursione operata dai Veneziani, alleati del Papa nella lotta contro il "Puer Apuliae", si portò personalmente in Vieste e, considerato i danni subiti, fece immediatamente restaurare la Cattedrale e il Castello e rinforzare le mura della città.
Qui venne anche catturato, per conto di Bonifacio VIII e Carlo II d'Angiò, Celestino V, dopo la rinuncia al papato, fuggiasco verso l'Illiria (1294).
Sempre soggetta alle incursioni piratesche, sono rimasti tristemente famosi gli eccidi operati dai Saraceni di Acmet Pascià (1480) e di Dragut Rais (1554), con gravi danni alla città e deportazione di innumerevoli abitanti.

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I papi a Vieste.

ALESSANDRO III.
Alessandro III arrivò a Vieste il 7 febbraio 1177, dopo esser passato per Benevento, Troia, Siponto e Monte S. Angelo, dove si presentò pellegrino nella Sacra Grotta di S. Michele. Era diretto a Venezia per firmare la pace, che poi sarà detta di Costanza, e porre fine alla lunga guerra fra l'Imperatore Federico Barbarossa, la Lega dei Comuni e il Papato. Questo itinerario gli fu suggerito dal re di Sicilia, Guglielmo II il Buono, per evitargli qualche triste imboscata. Il Papa era accompagnato da numerosi cardinali, vescovi, abati, segretari, notari apostolici e dagli ambasciatori del re di Sicilia, Romualdo, arcivescovo di Salerno e Ruggero, conte di Trani. Secondo lo storico Pandolfo Collenucci, lo stesso Guglielmo II gli andò incontro con tutta la sua baronia e lo accompagnò "insino a Viesti, città di Monte S. Angelo, con molti cavalli bianchi, i quali donò al Papa per suo uso e gli armò 13 galee ornatissime".

L'ingresso fu trionfale: ad accoglierlo vi era il vescovo di Vieste, Simone, e una folla osannante. Solo il tempo fu inclemente e il mare che si rese impraticabile e burascoso per un intero mese, costringendo così Alessandro III ad una permanenza forzata. In tutto questo periodo egli non trascurò di amministrare la Chiesa e datò da qui ben 14 importantissimi documenti, alcuni dei quali interessanti la nostra provincia.

Salpò alla volta di Venezia il 9 marzo, dopo aver ricevuto le Sacre Ceneri dal vescovo Simone. La fortuna, ancora una volta non arrise agli illustri personaggi, perché, appena al largo furono sorpresi da un improvviso fortunale. Dieci galee riuscirono ad approdare presso la Pelagosa, mentre le due che trasportavano i cavalli del seguito ed un'altra galea, furono costrette a ritornare a Vieste.

CELESTINO V.
Il Collegio dei Cardinali, dopo una vacanza di oltre due anni della Sede Pontificia, il 5 luglio 1294 elesse Papa l'eremita Pietro del Morrone. Questi era un monaco benedettino, che viveva fra i monti del Molise dedito alla vita contemplativa e alla preghiera ed era ritenuto dal popolo come santo. Accettò la nomina solo per obbedienza, ma con estrema riluttanza e si fece incoronare a L'Aquila con il nome di Celestino V.

Non aduso alla vita politica e al governo temporale della Chiesa ed anche per evitare di essere circuito da Carlo II d'Angiò e dagli stessi cardinali per loro interessi personali e ai danni della Chiesa, dopo aver fatto approvare dal Concistoro la bolla che prevedeva l'abdicazione di un Papa per gravi motivi, il 13 dicembre dello stesso anno si dimise. Per questo motivo Dante lo avrebbe accusato come "colui che per viltade fece il gran rifiuto" (Inferno, Canto III, 59-60), ma non tutti gli storici sono di questo parere. Celestino V voleva solo e per sempre ritornare alla solitudine dei monti della Maiella e continuare la vita di anacoreta.

Il nuovo Papa, Bonifacio VIII, però, per timore di uno scisma, lo costrinse a vivere con lui nei palazzi pontifici o in luoghi da lui sorvegliati. Il Santo eremita tentò allora la fuga e cercò di rifugiarsi fra i monti della Yugoslavia (o della Grecia), dopo aver trattato il trasbordo con un marinaio di Rodi Garganico.

Si narra che ogni qualvolta si apprestava, insieme ad altri due confratelli a partire, il mare diventava agitato, costringendo i fuggiaschi a rientrare in porto. Nell'ultimo tentativo, dopo essersi allontanato per circa 15 miglia, il natante, sorpreso da una improvvisa mareggiata, fu sospinto sulla costa di Vieste. I marinai, impressionati da questo continuo mutar del tempo, lo abbandonarono probabilmente sulla spiaggia di Scialmarino. Pietro Celestino (come successivamente venne chiamato il Papa dimissionario) forse fu ospite per nove giorni presso la grancia benedettina di Càlema. Qui venne a prelevarlo, in nome di Bonifacio VIII e di Carlo II d'Angiò, il governatore di Vieste. Fu condotto in Vieste su un umile asinello, preceduto dalle grida festose dei ragazzi e accolto dal vescovo Angelo fra le entusiastiche acclamazioni della popolazione. Fu trattenuto con riguardo, venerazione e onore e, si vuole che durante il suo soggiorno, operò diversi miracoli.

Il 16 maggio vennero in Vieste Rodolfo, patriarca di Gerusalemme, Ludovico d'Alvernia, priore della Santa Milizia, Guglielmo di Villareto, priore di Provenza, il contestabile del Regno Guglielmo d'Estendard, il cavaliere Pietro da Cremona ed altri prelati e nobili signori che lo accompagnarono ad Anagni, dopo esser passati per Monte S. Angelo, Foggia, Benevento e Capua. Morì nel Castel Fumone, presso Ferentino, il 19 maggio 1296.

GREGORIO XIII.
E' uno dei vescovi più famosi che abbia avuto la Diocesi di Vieste. Bolognese di nascita, riformista cattolico convinto e canonista insigne, partecipò attivamente al Concilio di Trento come Uditore della Camera Apostolica e ricoprì incarichi di prestigio in diverse Commissioni, dando notevoli contributi di idee ed opere.

Fu consacrato vescovo di Vieste il 20 luglio 1558 dal papa Paolo IV e sostituì Giulio Panesio, innalzato alla dignità arcivescovile di Sorrento.

Ebbe a governare la Diocesi per due anni, in momenti molto difficili: la città, infatti, ancora non si riprendeva dal terribile sacco del famigerato Draguth e la Chiesa di Roma era minacciata dalla Riforma luterano, mentre l'Europa viveva fra aspre turbolenze civili e politiche.

Provvide con munificenza a dotare la Cattedrale di arredi molto pregiati, di vasi sacri, di paramenti preziosi, quadri, anche se, a quanto pare, non venne mai sul Gargano.

Il papa Pio IV, con bolla del 12 marzo 1562, gli offrì il cappello cardinalizio e, al termine del Concilio, lo volle a Roma, nominandolo Assistente di Cappella ed assegnandolo come compagno di S. Carlo Borromeo.

Pur ricoprendo tali prestigiosi incarichi sottoscrisse, fino al 1566, tutti gli atti con "Ego Ugo Boncompagnus, Episcopus Vestanus".

Il 13 maggio 1572 salì al trono pontificio col nome di Gregorio XIII e fu fra i più saggi della storia della Chiesa. Mise in atto tutte le direttive del Concilio di Trento, riformò il calendario giuliano, bandì il giubileo dell'Anno Santo del 1575 e diede largo impulso alla cultura, favorendo la fondazione di scuole e collegi.

Né da Papa dimenticò la sua Diocesi di Vieste: la fece riportare nelle Carte Geografiche affrescate nelle Sale Vaticane e concesse all'altare della Cappella di S. Michele della Cattedrale il grande privilegio dell'acquisto delle indulgenze plenarie per l'anima dei defunti durante la Messa di suffragio celebrata da un sacerdote locale.

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Le invasioni turche.

ACMET PASCIA'.
Acmet Pascià (o Acomet Basnà), un feroce Rais al servizio di Maometto II, dopo aver distrutto la città di Otranto e fatto trucidare sul colle della Minerva 800 cristiani, per disorientare ed ostacolare l'avanzata dell'esercito napoletano guidato dal Duca di Calabria, inviò, alla fine di agosto del 1480, circa 70 navi verso il Gargano. A sorpresa si attaccò Vieste e, come si apprende dalla relazione di un Oratore Estense "con uccisione di molte anime... il turco [la] ruinò e brusiò fino a li fondamenti". Il re Ferdinando, interessato da Antonio Miroballo, governatore forse di Vieste, si prodigò immediatamente per la sua ricostruzione e la colmò di privilegi.

DRAGUTH RAIS.
Le minacce dei saraceni e dei barbareschi, con attacchi a sorpresa e repentini, si fecero ancora sentire nella prima metà del '500 su tutta la costa garganica, benchè il viceré, d. Pedro di Toledo, si fosse prodigato nel far costruire, nei luoghi più esposti al pericolo, baluardi di difesa e di avvistamento.

Molto funesto fu l'assalto che Vieste subì il 15 luglio 1554. A dirigerlo fu il famigerato Draguth, che nel 1551 passò come corsaro alle dipendenze di Solimano il Magnifico. Gli fu affidato la flotta della Mezzaluna con l'incarico di Rais e meritò subito l'appellativo di "Spada snudata dell'Islam", perché ogni battaglia era per lui un'opera meritoria per il paradiso e la ferocia trovava giustificazione nei precetti del Corano.

Vieste, "dopo esser stata sette giorni assediata da Draguth con settanta galere dell'Armata del gran Turco, fu ultimamente, non potendosi più difendere, saccheggiata, presa, e abbruciata con preda notabile di cittadini e ricchezze e con perdita di sette milia anime tra presi e morti" (E. Bacco, Il Regno di Napoli diviso in dodici province, 1618). Draguth troverà la morte il 25 giugno del 1565, durante l'assedio di Malta.

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nel risorgimento.

Come tutte le città d'Italia, anche Vieste ha dato il suo contributo di pensiero e di sangue durante il periodo del Risorgimento. Fin dagli inizi del XIX secolo molti professionisti viestani hanno accettato e diffuso l'idea sull'unità italiana, propugnata in tutto il Regno di Napoli dal re Gioacchino Murat e, successivamente, da Giuseppe Mazzini. Ma il ritorno a Napoli di Ferdinando IV ha determinato la condanna a morte o al carcere duro per molti sostenitori dell'unità nazionale e ha costretto altri eminenti personaggi a fuggire dal Regno. Altri, invece, si sono eclissati ed hanno continuato, tramite società segrete, l'opera di propaganda di italianità. Anche il gruppo dei liberali viestani non si è arreso e ha costituito una vendita della Carboneria.
Primo Gran Maestro è stato Emanuele Abruzzini, un legale definito nei rapporti della polizia come "antico ed effervescente settario", collaborato da un buon numero di dignitari. A parteciparvi non erano soltanto i professionisti e gli studenti che periodicamente portavano da Napoli gli entusiasmi dei cospiratori, anche operai e contadini attratti dal miraggio della spartizione dei terreni demaniali.
Questa vendita, scelta dai carbonari di tutta la Provincia di Capitanata, aveva anche l'ingrato compito di sopprimere i traditori e di gettarli a mare chiusi in un sacco.
In opposizione alla Carboneria è sorta anche la Società dei Calderali del Contrappeso, voluta e diffusa da Antonio Capece Minutolo, ministro della Polizia, che, servendosi di elementi facinorosi, aveva il compito di spargere in Vieste notizie allarmanti e provocare la reazione dei Carbonari.
Durante i moti sollevatisi in tutto il Regno per richiedere la Costituzione, anche Vieste è insorta e ha subito le crudeli repressioni dello Stato. Nel 1848 ben 72 cittadini sono stati perseguitati e condannati per alcuni anni a duro carcere come sovversivi o per i discorsi oltraggiosi rivolti alla Sacra Maestà del Re.
Nel 1861, circa 10 mesi dopo il positivo Plebiscito per l'annessione del Regno di Napoli a quello di Piemonte, il 27 luglio una sedizione provocata dai filoborbonici, è sfociata nel sangue e ben otto cittadini sono stati barbaramente trucidati.

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Il borgo antico.

Si snoda con le sue vie strette e tortuose tra le case bianche, dagli usci piccoli, unite, di tanto in tanto, da esili archi, che danno all'ambiente un spettacolo pittoresco. I balconi, profumati di basilico, sono guarniti di garofani e gerani, mentre le anziane casalinghe, confabulando fra loro, sferruzzano sui gradini degli sghembi e tozzi mignali (scalinate esterne con ballatoio).

Poco distante dalla Cattedrale, fra via mons. Cimaglia e Ugo Boncompagni, è visibile la roccia, detta della "Chianca amara", su cui si vuole, per tradizione, che Draguth Rais abbia sfogato la sua sete di uccisioni. Negli stessi paraggi è la via Judeca, che testimonia l'antica presenza degli ebrei. Oggi la casbah è semidistrutta ed ha lasciato spazio ad una piazzetta aperta sullo strapiombo del mare. Di qui si scopre su una stretta striscia di promontorio il campanile della piccola chiesa di S. Pietro d'Alcantara e, sulla parte estrema, la luminosa facciata della Chiesa di S. Francesco con il suo ex monastero. Questo appartenne ai Francescani Conventuali fin dagli inizi del 1500 e fu soppresso nel 1809 durante il dominio francese da Gioacchino Murat, re di Napoli.

Scendendo per via Uria si incontra la piazzetta del Seggio, anch'esso sullo strapiombo della Ripa.

Il Seggio o Sedile di S. Giorgio (ora incorporato in un complesso alberghiero) era una bassa costruzione, a base quadrata, su cui s'aprivano due ampie arcate, ed era sormontato da una torre con orologio. Serviva ai notabili del paese come luogo di riunione e spesso il Decurionato di Vieste lo utilizzava durante la elezione del Sindaco.

Sulla facciata di un palazzo poco distante fanno spicco, in altorilievo, due leoni rampanti simmetrici ad ugual distanza da un artistico S. Michele e un balcone sostenuto da sei bellissimi gattelli, finemente lavorati, diversi l'uno dall'altro. Risalgono agli inizi del VI secolo.

Passando sotto l'arco di via mons. Arcaroli, si incontra il mastodontico palazzo con un magnifico, ma deturpato portale. Fino al 1652 era adibito a monastero dei padri Celestini. A poche decine di metri è la piazza Vittorio Emanuele II, meglio conosciuta come piazza del Fosso. In essa si svolgono le manifestazioni delle feste patronali e quelle organizzate durante l'estate dall'Azienda di Soggiorno e Turisno.

Di qui si accede al corso L. Fazzini e al Municipio e si è nel centro moderno. Altro monumento antico bisogna cercarlo su via Vespucci, nei pressi del porto, quasi nascosto agli occhi dei passanti. E' il Convento dei Cappuccini del XVII secolo, la cui fattura denota l'architettura povera dei frati di S. Francesco. All'interno giganteggia sull'altare centrale il quadro della Madonna di Costantinopoli della stessa epoca, dipinto da Giovanni Lo Preite.

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Il castello.

Per la sua posizione strategica, Vieste costituì sempre uno dei maggiori capisaldi di difesa del Gargano e conservò fino al 1846 il titolo di Piazza d'armi. Tutti i governanti del Regno dell'Italia meridionale, dai Normanni ai Borboni, hanno sempre tenuto nella massima considerazione questo avanzatissimo posto dell'Adriatico e lo hanno sempre dotato di "bastevole munizione e di maggior numero di soldati..."(V. Giuliani, 1768).

Il Castello, che sovrasta con la sua imponente mole il quartiere medioevale, viene fatto risalire alla II metà del sec. XI, quando conte di Vieste era il normanno Roberto Drengot. E' a pianta triangolare, corredata agli spigoli (nord. Est ed Ovest) di tre bastioni a punta di lancia, che incorporano quelli più antichi a base circolare.

A Sud, invece, sul limite dell'alto strapiombo della costa, si ergeva la fabbrica con la cappella, una serie di abitazioni e un piccolo cinquecentesco bastione.

Durante le lotte tra il Papato e Federico II (1240), subì con la città, da parte dei Veneziani, notevoli danni. Si vuole che lo stesso Imperatore accorse a Vieste e si preoccupò immediatamente di riedificarlo e ampliarlo, di rinforzare le mura della città e di restaurare anche la Cattedrale. Nei secc. XV e XVI resistette alla furia devastatrice di Acmet Pascià e Draguth Rais, e nel 1646 col terribile terremoto, crollò gran parte di esso.

Altri danni li subì, all'alba del 24 maggio 1915, al momento dell'inizio delle ostilità con l'Austria, quando fu cannoneggiato dal cacciatorpediniere Lika. Successivamente lo stesso cacciatorpediniere, insieme all'incrociatore Helgoland e i caccia Csepel e Tatra, rivolse i cannoni contro il cacciatorpediniere Turbine, accorso in aiuto di Vieste, affondandolo a poche miglia dalla città.

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La cattedrale.

Costruita nella seconda metà dell'XI secolo, a circa 100 metri dal Castello, conserva ancora nel suo complesso il primitivo stile romanico-pugliese e nel campanile quello del tardo barocco. Le distruzioni e i saccheggi come quelli operati dai saraceni del 1480 e 1554, i diversi terremoti, particolarmente disastrosi quelli del 1223 e del 1646, l'incuria del tempo e la mania di adeguarsi agli stili delle epoche, hanno fortemente influenzato il monumento.

L'interno, a pianta di basilica romanica, è costituito da tre navate, divise da due file di 6 colonne ciascuna, i cui capitelli, cinque corinzi e cinque cubici (altri due sono andati distrutti), presentano motivi diversi: foglie arrotondate, foglie di palma e di acanto, tralci e animali, come cavalli, uccelli, galli, un bue, un drago. Anche se incise con una tecnica rudimentale rivelano grande capacità compositiva.

Della costruzione originaria della Cattedrale rimane il corpo centrale della facciata a settentrione in cui è posto l'ingresso laterale. Questo si apre al centro di un archivolto a bassorilievo con motivo a racemi, e da un riquadro con cornici a foglie di palma, ai cui lati sporgono due protome leonine (una ancora in ottimo stato), a tutto tondo, simmetriche, volgenti la testa verso chi entra e stringendo fra le zampe un rotolo. Su questa parete dovevano correre un certo numero di finestre, uguali a quella esistente, doppiamente strombate, con triplici serie di cornici diverse finemente elaborate e con arco a tutto sesto.

Le absidi, che in origine erano semicircolari, nel XIII/XIV sec., hanno fatto posto al Coro e a due cappelle. Nello stesso periodo sono sorte anche le cappelle delle navate laterali.

Le capriate della navata centrale sono state coperte nel XVIII secolo da un soffitto (plafond) ligneo dipinto a tempera di stile barocco napoletano, in cui sono inserite tre grandi tele, raffiguranti la Madonna Assunta, titolare della chiesa, S. Giorgio, protettore della città, e S. Michele Arcangelo, protettore del Gargano.

Altre opere di rilievo sono: la pala del Rosario del genovese Michele Manchelli del 1581; le settecentesche tele della SS. Trinità del viestano Giuseppe Tomaiuolo e della Madonna col Bambino e Santi di scuola veneta; il Cristo Morto, altorilievo marmoreo di scuola michelangiolesca e la pregevole statua in legno di tiglio di S. Maria di Merino, protettrice di Vieste, di epoca incerta.

Di fronte all'ingresso centrale della Cattedrale è l'episcopio. Della sua magnificenza non è rimasto più nulla a causa di crolli causati dal terremoto del 1646 e quello del 1754. Sulla facciata sono murati, al di sopra del portone, gli stemmi dei vescovi Del Pozzo e Tontoli e, più distanziato quello di Cimaglia.

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La costa e le grotte marine.

Il proiettarsi dell'abitato sulla lingua di terra nel mare, dà la sensazione di vivere su una splendida isola, costellata dalle mille variopinte vele dei Windsurf, che si culla al soffiar dei venti e al dondolio delle onde del mare. Il territorio, poi, si allunga, a Nord-Ovest e a Sud, con sinuose coste e fra punte rocciose che spesso si immergono bruscamente, dà spazio ad arenili di notevoli vastità e bellezze. La sabbia è scintillante, finissima, dal tenue color rosa argentato, soffice più del velluto e impalpabile come cipria e il piede dell'uomo vi affonda con molta facilità. Sono da ricordare per la loro vastità e lunghezza, sul versante settentrionale, le spiagge di S. Lorenzo (km 2), Punta Lunga (km. 0,8), Scialmarino (km 4,5), di Sfinale e Sfinalicchio (km 1,8), e, a mezzogiorno, quelli del Castello (km 4) e di Porto Nuovo (km 2,5), protetto da due caratteristici isolotti.

Anche se piccola, la Baia di S. Felice, incassata fra due dossi cosparsi di folta e profumata pineta, è la più suggestiva. A renderla tale si presta l'Architiello, un costone ampiamente forato, posto al suo imbocco come un portentoso arco di trionfo. La leggenda vuole che sia stato costruito dalle Ninfe marine e dai Tritoni per accogliere nel mese di luglio Nettuno, re del mare, in viaggio di piacere con Anfitrite sua sposa e tributargli feste ed onori. Poi, altrettanto splendide, seguono le spiagge ghiaiose di Campi (km 0,8) e di Pugnochiuso (km 0,4).

Lungo tutta la costa garganica, nelle parti più preminenti si intravedono ancora diverse torri a base quadrata. Sono avamposti costruiti nella prima metà del '500, durante il Vicereame di Spagna. In origine erano 25 e servivano essenzialmente a segnalare, col fumo di giorno e con fuoco di notte, i pericoli di incursione da parte di nemici o di pirati.

Fra la natura rigogliosa e il mare pulito, cristallino, trasparente, la costa alta accoglie innumerevoli cavità che sono veri prodigi di incanto e meraviglia, operati dal riverbero delle luci e dei colori, dalla trasparenza diafana delle acque e dall'artistico gioco delle rocce rose e smerlettate. Qui la fantasia e la suggestione trova il suo più ampio sfogo della meraviglia, fra l'attonito e il trasognato. I pescatori si son divertiti a battezzarle con i nomi più curiosi e congeniali, come, per citarne alcuni: grotta Sfondata, Campana, dei Contrabbandieri, la grotta dei Due Occhi, Dei Colombi, dei Pipistrelli, la grotta Calda o delle Viole, della Tavolozza, delle Sirene, quella dei Sogni e del Faraone, la grotta Smeralda, dei Marmi e del Serpente,...

Altro stupendo richiamo è il Pizzomunno, il mastodontico e superbo monolito che si eleva a pochi passi dallo strapiombo su cui si affaccia il Castello, quasi a sorvegliare le fortune del paese, simile ad una vecchia guardia brontolona. Su di esso si sono intessute odi e leggende.

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La foresta Umbra.

La Foresta Umbra è meta dei veri appassionati della natura che si avvicinano ai suoi diversi ambienti con rispetto. A tale scopo l'Amministrazione per le Foreste Demaniali del Gargano ha approntato una serie di strutture per rendere più agevole la visita del complesso forestale. Infatti sono state attrezzate aree di sosta e per il picnic, un Centro Visitatori dove sono esposti un plastico del promontorio nella scala 1:25.000, vari pannelli esplicativi sugli aspetti geologici, paleontologici e floro-faunistici garganici, una mappa con i sentieri interforestali guidati, e all'aperto, una minuziosa ricostruzione di una capanna con gli attrezzi dei tagliaboschi e una carbonaia a grandezza naturale. Tale complesso si estende per più di 10.000 ettari, da 272 a 827 metri sul livello del mare.

La Foresta, il Nemus Garganicum citato spesso da Silio Italico, Ovidio, Strabone, Virgilio, Orazio, Lucano, è il più importante residuo delle primitiva selva millenaria e deve il suo nome di Umbra al fatto che i raggi del sole difficilmente riescono a penetrarvi.

Flora.
Predomina la cerreta ai livelli altitudinali minori. Qui il Cerro (Quercus cerris) si consorzia con la Roverella (Quercus pubescens), il Leccio (Quercus ilex), l'Acero campestre (Acer campestre) e l'Orniello (Fraxinus ornus). Più in alto si estendono folte faggete, allo stato puro o misto con altre latifoglie, quali il Carpino bianco (Carpinus betulus), il Carpino nero (Ostrya carpinifolia), l'Acero opalo (Acer opalus), l'Acero montano (Acer pseudoplatanus): Nelle valli più fresche allignano il Farnetto (Quercus farnetto), l'Olmo montano (Ulmus montana), l'Olmo campestre (Ulmus campestris) e il Tiglio (Tilla cordata).

Sul versante sud-orientale, nella faggeta vegetante sui calcari a scogliera del Cretacico inferiore, si osservano annosi Tassi (Taxus baccata), la cui popolazione è la più importante d'Italia. Sul tratto Foresta Umbra-Monte S. Angelo vi sono diversi esemplari, di cui uno ha circa mille anni. Varie conifere, tutte non garganiche, caratterizzano i rimboschimenti delle aree antropiche e delle aree di preparazione dei suoli per accogliere la vegetazione indigena spontanea.

Fauna.
Ad una flora ricca non può che corrispondere una fauna ricca. Il Capriolo (Capreolus italicus), sottospecie appenninica, il Picchio dalmatino (Dendrocopos leucotos lilfordi), il Gatto selvatico (Felis silvestris), il Biancone (Circaetus gallicus) e il Gufo reale (Bubo bubo) sono solo alcuni esempi della fauna di questa foresta, la cui sopravvivenza dipende soprattutto dall'uomo e dal suo modo di accostarsi alla natura.

Sentieri Pedonali.
All'interno della Foresta sono stati realizzati numerosi sentieri e stradelli di servizio, originariamente per la tutela e la coltura del suolo, attualmente utilizzati per scopi turistico-ricreativi. Questa viabilità permette la conoscenza degli aspetti più interessanti dell'ambiente sotto il profilo vegetazionale, faunistico, pedologico e paesaggistico. Percorrendo alcuni sentieri è possibile incontrare i più importanti e tipici animali che popolano la foresta, specialmente nei pressi delle raccolte d'acqua.

I sentieri con andamento Sud-Nord, permettono la conoscenza della vegetazione nei suoi aspetti che variano con l'altitudine. Agli ingressi dei sentieri, agli incroci e nei pressi delle "grave" (doline) sono state collocate tabelle indicatrici su cui sono riportati la toponomastica, la lunghezza in metri, il tempo medio di percorrenza e le caratteristiche principali delle grave: profondità, sviluppo e quota.
I più importanti sono:

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