Sei in: home page > la mia musica > Francesco Guccini > stanze di vita quotidiana.
Tutti i testi e le musiche sono di Francesco Guccini.
Dal booklet del CD:
Ho scritto queste sei canzoni nel giro di un anno: la
prima, "Canzone delle osterie di fuori porta", è del settembre del
'72, l'ultima, "Canzone delle situazioni differenti", è dell'agosto
del '73. Non seguono, come non hanno mai seguito, un vero e proprio filo
conduttore, se non che in un anno le occasioni o gli avvenimenti o gli stati
d'animo tendono a riunirsi attorno a certi nuclei, e questi si mescolano poi
alle cose di sempre, e così escono le canzoni. E sono come tante strofe
poetiche, ma soprattutto stanze non stanze intese come camere o cassetti,
in cui riporre, per meglio esaminarle le cose successe e i pensieri avuti. Non
che questi o queste debano avere un'importanza tale che valga veramente la pena
ricordarle, ma può far piacere raccontarle, e a qualcuno può far piacere
ascoltarle, tutto qui. La canzone è il fatto di un momento, che serve per altri
momenti. Non ci sono né trascendenze, né messaggi; le canzoni sono cose
semplici anche se si possono fare ugualmente con molta serietà come ancora
spero o mi illudo di fare.
Sono ancora aperte come un tempo le osterie di fuori porta
ma la gente che che ci andava a bere fuori o dentro è tutta morta.
Qualcuno è andato per età, qualcuno perché già dottore
e insegue una maturità: si è sposato, fa carriera ed è una morte un po'
peggiore.
Cadon come foglie o gli ubriachi sulle strade che hanno scelto,
delle rabbie antiche non rimane che una frase o qualche gesto.
Non so se scusano il passato, per giovinezza o per errore,
non so se ancora desto in loro, se m'incontrano per forza, la curiosità o il
timore.
Io ora mi alzo tardi tutti i giorni, tiro sempre a far mattino,
le carte poi il caffè della stazione per neutralizzare il vino;
ma non ho scuse da portare, non dico più d'esser poeta,
non ho utopie da realizzare, stare a letto il giorno dopo è forse l'unica mia
meta.
Si alza sempre lenta come un tempo l'alba magica in collina,
ma non provo più quando la guardo quello che provavo prima,
ladri e profeti di futuro mi hanno portato via parecchio,
il giorno è sempre un po' più oscuro, sarà forse perché è storia, sarà
forse perchè invecchio.
Ma le strade sono piene di una rabbia che ogni giorno urla più forte,
son caduti i fiori e hanno lasciato solo simboli di morte.
Dimmi se son da lapidare, se mi nascondo sempre più,
ma ognuno ha la sua pietra pronta e la prima, non negare, me la tireresti tu.
Sono più famoso che in quel tempo quando tu mi conoscevi,
non più amici, e un pubblico che ascolta le canzoni in cui credevi,
e forse ridono di me, ma in fondo la coscienza pura,
non rider tu se dico questo, ride chi ha nel cuore l'odio e nella mente la
paura.
Ma non devi credere che questo abbia cambiato la mia vita;
è una cosa piccola, di ieri, che domani è già finita,
son sempre qui a vivermi addosso, ho dai miei giorni quanto basta,
ho dalla gloria quel che posso, cioè qualcosa che andrà presto quasi come i
soldi in tasca.
Non lo crederesti: ho quasi chiuso tutti gli usci all'avventura,
non perché metterò la testa a posto, ma per noia o per paura.
Non passo notti disperate, su quel che ho fatto o quel che ho avuto;
le cose andate sono andate ed ho per unico rimorso le occasioni che ho perduto.
Sono ancora aperte come un tempo le osterie di fuori porta,
ma la gente che che ci andava a bere fuori o dentro è tutta morta.
Qualcuno è andato per formarsi, chi per seguire la ragione,
chi perché stanco di giocare, bere il vino, sputtanarsi, ed è una morte un po'
peggiore.
Le luci dentro al buio sono andate via e l'allegria comprata è già sparita.
Il giorno dopo è sempre la malinconia che spezza la magia di un'altra vita.
La forza che ti lega è grande più di te, l'anello al collo si stringe sempre
più;
non dare più la colpa al mondo o a lei per la rinuncia triste a quello che non
sei.
Lo sai cosa vuol dire stare giorni interi a buttar via nel niente solo il
niente?
Fai mille cose, ma sono sempre i tuoi pensieri che scelgono per te diversamente.
Son stanco d'aver detto le cose che dirò, di aver già fatto le cose che farò,
ma è tardi, troppo tardi, piangere ormai sulla rinuncia triste a quello che non
fai.
Credevo l'incertezza, possibilità, e il dubbio assiduo l'unica ragione,
ma quali scelte hai fatto in piena libertà? Ti muovi sempre dentro a una
prigione.
Non è la luce o il buio né l'ero ed il sarò, non è il coraggio che ti fa dir
"Vivrò!"
è solo un'altra scusa che usare vuoi per la rinuncia triste a quello che non
puoi.
Non voglio prender niente se non so di dare. Io e chissà chi decidono ciò che
posso.
Non ho la voglia o la forza per poter cambiare me stesso e il mondo che mi vive
addosso.
E forse sto morendo e non lo so capire, o l'ho capito e non lo voglio dire,
rimangono le cose senza falso o vero, e la rinuncia triste a quello che io ero.
Inizia presto all'alba o tardi al pomeriggio, ma in questo non c'è alcuna
differenza;
le ore che hai davanti son le stesse, son tante, stesso coraggio chiede
l'esistenza.
La vita quotidiana ti ha visto e già succhiato come il caffè che bevi appena
alzato.
E l'acqua fredda in faccia cancella già i tuoi sogni e col bisogno annega la
speranza.
E mentre la dolcezza del sonno si allontana, inizia la tua vita quotidiana.
E subito ti affanni in cose in cui non credi, la testa piena di vacanze ed ozio
e non sono peggiori i mali dei rimedi, la malattia è la noia del lavoro.
Fatiche senza scopo, furiose e vane corse, angosce senza un forse, senza un
dopo;
un giorno dopo l'altro il tuo deserto annuale, con le oasi in ferragosto e per
Natale,
ma anno dopo anno, li conti e sono tanti quei giorni nella vita che hai davanti.
Ipocrisie leggere, rabbie da poco prezzo, risposte argute date sempre tardi,
saluti caldi d'ansia, di noia o di disprezzo, o senza che s'incrocino gli
sguardi.
Le usate confidenze di malattie o di sesso, dove ciascuno ascolta sol se stesso;
finzioni naturali in cui ci adoperiamo per non sembrar di esser quel che siamo.
Consolati pensando che inizia e già è finita questa che tutti i giorni è la
tua vita.
Amori disperati, amori fatti in fretta, consumati per rabbia o per dovere
che spengono in stanchezza con una sigaretta i desideri nati in tante sere.
Amori fatti in furia, ridicolo contrasto, dopo quei film di fasto e di lussuria;
rivincita notturna dove per esser vero l'uno tradisce l'altro col pensiero.
Son questi che tu vedi, che vivi e che hai d'attorno gli amori della vita di
ogni giorno.
Le tue paure assidue, le gioie solitarie, i drammi che commuovon te soltanto,
le soluzioni ambigue, i compromessi vari, glorie vantate poi di tanto in tanto.
I piccoli malanni sempre più numerosi, più dolorosi col passar degli anni;
la lotta vuota e vana, patetico tentare di rimandare un poco la vecchiaia.
E poi ti trovi vecchio e ancor non hai capito che la vita quotidiana ti ha
tradito.
Mio vecchio amico di giorni e pensieri, da quanto tempo che ci conosciamo,
venticinque anni son tanti e diciamo un po' retorici che sembra ieri.
Invece io so che è diverso e tu sai quello che il tempo ci ha preso e ci ha
dato;
io appena giovane sono invecchiato, tu forse giovane non sei stato mai.
Ma d'illusioni non ne abbiamo avute, o forse sì, ma nemmeno ricordo,
tutte parole che si son perdute con la realtà incontrata ogni giorno.
Chi glielo dice a chi è giovane adesso di quante volte si possa sbagliare,
fino al disgusto di ricominciare perché ogni volta è poi sempre lo stesso.
Eppure il mondo continua e va avanti, con noi o senza e ogni cosa si crea
su ciò che muore e ogni nuova idea su vecchie idee e ogni gioia sui pianti.
Ma più che triste ora è buffo pensare a tutti i giorni che abbiamo sprecati,
a tutti gli attimi lasciati andare, ai miti belli delle nostre estati.
Dopo l'inverno e l'angoscia in città, quei lunghi mesi sdraiati davanti,
liberazione del fiume e dei monti e linfa aspra della nostra età.
Quei giorni spesi a parlare di niente, sdraiati al sole inseguendo la vita,
come l'avessimo sempre capita, come qualcosa capito per sempre.
Il mio Leopardi, le tue teologie: "Esiste Dio?", le risate più pazze,
le sbornie assurde, le mie fantasie, le mie avventure in città con ragazze.
Poi quell'amore alla fine reale fra le canzoni di moda e le danze:
"è in gamba sai, legge Edgar Lee Masters... Mi ha detto no, non dovrei mai
pensare."
Le sigarette con rabbia fumate, i blue jeans vecchi e le poche lire,
sembrava che non dovesse finire ma ad ogni autunno finiva l'estate.
Poi tutto èandato e diciamo siam vecchi, ma cosa siamo e che senso ha mai
questo,
nostro cammino di sogni fra specchi, tu che lavori quando io vado a letto.
Io dico sempre: "Non voglio capire", ma è come un vizio sottile e più
penso
più mi ritrovo questo vuoto immenso e per rimedio soltanto il dormire.
E poi ogni giorno mi torno a svegliare e resto incredulo, non vorrei alzarmi,
ma vivo ancora e son lì ad aspettarmi le mie domande, il mio niente, il mio
male.
Le strade sono aperte ed il momento viene sempre: sapessi quante volte l'ho
vissuto!
Stagione di canzoni e di facili emozioni: un'altra volta ancora abbiamo chiuso.
T'invidio perché ancora hai molte pagine da aprire di un libro che ho già
letto e che tu devi ancor scoprire,
ma quando capirai che cerchi un libro che non c'è allora ti ricorderai di me.
C'è Shangri-La che attende perché il nodo che ti prende per te c'è ancora
tutto da inventare.
Vedrai questi tuoi giorni in un minuto di ricordi e quanti giorni hai ancora da
incontrare.
Invidio i tuoi paesaggi che non so e non vedrò mai, rimpiango le ragioni per
cui ancora piangerai,
ma quando piangerai te stessa e ciò che è dentro in te allora ti ricorderai di
me.
Già Superman non vola sui tuoi sogni della scuola; Mandrake e Wiz son solo
falsi maghi.
Cosmogonie segrete che credevi ormai complete si stan riempiendo adesso di
presagi.
Già temi che il giullare getti maschere e casacca e mostri il vero volto dietro
al velo della biacca,
ma quando vedrai meglio quello che dicevo a te allora ti ricorderai di me.
Ma eroi, profeti, miti, santi, bambole e banditi ti rapiranno ancora tante volte
o tu li aspetterai e non verranno mai, per una aperta chiudi cento porte.
Ed io chi sono stato nelle fantasie che vivi? Poeta od ubriaco nei racconti per
gli amici.
Ma quando picchierai la testa contro ai tuoi perché allora ti ricorderai di me.
Le ore sono andate e le parole consumate attendon le parole che verranno.
Castelli e primavere che hai creduto di vedere non sai se son durante un'ora o
un anno.
Son pronti i tuoi misteri: chiama ciò che non conosci, già corri dove ho
corso, verso nuove strade e voci
ma se vorrai capire tutto questo che cos'è allora ti ricorderai di me.
Andammo i pomeriggi cercando affiatamento: scoprivo gli USA e rari giornaletti.
Ridesti nel vedermi grande e grosso coi fumetti, anch'io sorrisi sempre più
scontento.
Poi scrissi il nome tuo versando piano sulla neve la strana cosa che sembrava
vino.
Mi aveva affascinato il suo colore di rubino: perché lo cancellasti con il
piede?
La scatola meccanica per musica è esaurita, rimane solo l'eco in lontananza,
ma dimmi cosa fai lontana via nell'altra stanza, ma dimmi cosa fai della tua
vita.
O sera, scendi presto! O mondo nuovo, arriva! Rivoluzione, cambia qualche cosa!
Cancella il ghigno solito di questa ormai corrosa mia stanca civiltà che si
trascina.
Poi piovve all'improvviso sull'Amstel, ti ricordi? Dicesti qualche cosa
sorridendo;
risposi, credo, anch'io qualche banalità scoprendo il fascino di un dialogo fra
i sordi.
Tuo nonno era un grand'uomo, famoso chissà cosa, di loro si usa dire "è
ancora in gamba".
Mi espose a gesti e a sputi quella weltanshauung sua strana puntando come un
indice una rosa.
Malinconie discrete che non sanno star segrete, le piccole modeste storie mie,
che non si son mai messe addosso il nome di poesie, amiche mie di sempre, voi
sapete!
Ebbrezze conosciute già forse troppe volte: di giorno bevo l'acqua e faccio il
saggio.
Per questo solo a notte ho quattro soldi di messaggio da urlare in faccia a chi
non lo raccoglie.
Il tuo patrigno era un noto musicista, tuo padre lo incontravi a qualche mostra.
Bevemmo il tè per terra e mi piaceva quella giostra di gente nelle storie tue
d'artista.
Mi confidasti trepida non so quale segreto dicendo "donna" e non
"la cameriera".
Tua madre aveva un forte mal di testa quella sera: fui premuroso, timido,
discreto.
E tu nell'altra stanza che insegui i tuoi pensieri, non creder che ci sia di
meglio attorno:
noi siamo come tutti e un poco giorno dopo giorno sciupiamo i nostri oggi come
ieri.
Ma poi che cosa importa? Bisogna stare ai patti: non voglio il paradiso nè
l'inferno.
Se a volte urlo la rabbia, poi dimentico e mi perdo; nei mondi dentro agli occhi
dei miei gatti.
Uscimmo un po' accaldati per il troppo vino nero, danzammo sulla strada, già
albeggiava.
Sembrava una commedia musicale americana, tu non lo sai, ma dentro me ridevo.