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I grandi scrittori e la lettura.

Introduzione.

Il piacere della lettura, l’amore per i libri e il fascino talvolta misterioso delle biblioteche sono i protagonisti delle pagine qui scelte, raccolte e ordinate per autore, tra le opere di alcuni tra i più importanti scrittori di sempre (Borges, Bradbury, Calvino, Canetti, Eco, Pennac…)
Un viaggio che percorre diverse epoche, latitudini, età e condizioni umane e sociali. Un percorso caratterizzato molto spesso dal timore per i possibili danni derivanti dalla scomparsa della letteratura e dei libri.
I testi presentati di seguito, raccolti insieme a Elvezia, agli amici del collettivo Albero Blu Teatro (www.alberobluteatro.it) e ai colleghi e volontari dell'Associazione Nazionale Subvedenti (www.subvedenti.it), saranno protagonisti di iniziative promosse dalle citate organizzazioni in occasione della Giornata Nazionale per la Promozione della Lettura 2010, prevista per il 23 maggio. Buona lettura.

Indice.

La biblioteca di Babele.

(J.L. Borges)

Jorge Francisco Isidoro Luis Borges Acevedo, Buenos Aires 24 agosto 1899 – Ginevra, 14 giugno 1986 L'universo (che altri chiama la Biblioteca) si compone d'un numero indefinito, e forse infinito, di gallerie esagonali, con vasti pozzi di ventilazione nel mezzo, bordati di basse ringhiere. Da qualsiasi esagono si vedono i piani superiori e inferiori, interminabilmente. La distribuzione degli oggetti nelle gallerie è invariabile. Venticinque vasti scaffali, in ragione di cinque per lato, coprono tutti i lati meno uno; la loro altezza, che è quella stessa di ciascun piano, non supera di molto quella d'una biblioteca normale. Il lato libero dà su un angusto corridoio che porta a un'altra galleria, identica alla prima e a tutte. A destra e a sinistra del corridoio vi sono due gabinetti minuscoli. Uno permette di dormire in piedi; l'altro di soddisfare le necessità fecali. Di qui passa la scala spirale, che s'inabissa e s'innalza nel remoto. Nel corridoio è uno specchio, che fedelmente duplica le apparenze. Gli uomini sogliono inferire da questo specchio che la Biblioteca non è infinita (se realmente fosse tale, perché questa duplicazione illusoria?) io preferisco sognare che queste superfici argentate figurino e promettano l'infinito... La luce procede da frutti sferici che hanno il nome di lampade. Ve ne sono due per esagono, su una traversa. La luce che emettono è insufficiente, incessante.
Come tutti gli uomini della Biblioteca, in gioventù io ho viaggiato; ho peregrinato in cerca di un libro, forse del catalogo dei cataloghi; ora che i miei occhi quasi non possono decifrare ciò che scrivo, mi preparo a morire a poche leghe dall'esagono in cui nacqui. Morto, non mancheranno mani pietose che mi gettino fuori della ringhiera; mia sepoltura sarà l'aria insondabile; il mio corpo affonderà lungamente e si corromperà e si dissolverà nel vento generato dalla caduta, che è infinta. Io affermo che la Biblioteca è interminabile. Gli idealisti argomentano che le sale esagonali sono una forma necessaria dello spazio assoluto o, per lo meno, della nostra intuizione dello spazio. Ragionano che è inconcepibile una sala triangolare o pentagonale. (I mistici pretendono di avere, nell'estasi, la rivelazione d’una camera circolare con un gran libro circolare dalla costola continua, che fa il giro completo delle pareti; ma la loro testimonianza è sospetta; le loro parole, oscure. Questo libro ciclico è Dio.) Mi basti, per ora, "ripetere la sentenza classica: «La Biblioteca è una sfera il cui centro esatto è qualsiasi esagono, e la cui circonferenza è inaccessibile».
A ciascuna parete di ciascun esagono corrispondono cinque scaffali; ciascuno scaffale contiene trentadue libri di formato uniforme; ciascun libro è di quattrocentodieci pagine; ciascuna pagina, di quaranta righe; ciascuna riga, di quaranta lettere di colore nero. Vi sono anche delle lettere sulla costola di ciascun libro; non, però, che indichino o prefigurino ciò che diranno le pagine. So che questa incoerenza, un tempo, parve misteriosa. Prima d'accennare alla soluzione (la cui scoperta, a prescindere dalle sue tragiche proiezioni, è forse il fatto capitale della storia) voglio rammentare alcuni assiomi.
Primo: La Biblioteca esiste ab aeterno. Di questa verità, il cui corollario immediato è l'eternità futura del mondo, nessuna mente ragionevole può dubitare. L'uomo, questo imperfetto bibliotecario, può essere opera caso o di demiurghi malevoli; l'universo, con la sua elegante dotazione di scaffali, di tomi enigmatici, di infaticabili scale per il viaggiatore e di latrine per il bibliotecario seduto, non può essere che l'opera di un dio. Per avvertire la distanza che c'è tra il divino e l’umano, basta paragonare questi rozzi, tremuli simboli che la mia fallibile mano sgorbia sulla copertina d’un libro, con le lettere organiche dell’interno: puntuali, delicate, nerissime, inimitabilmente simmetriche.
Secondo: Il numero dei simboli ortografici è di venticinque [nota 1 (dell'autore)] Il manoscritto originale non contiene cifre né maiuscole. La punteggiatura e limitata alla virgola e al punto. Questi due segni, lo spazio, e le ventidue lettere dell’alfabeto, sono i venticinque simboli sufficienti che enumera lo sconosciuto. [fine della nota]. Questa constatazione permise, or sono tre secoli, di formulare una teoria generale della Biblioteca e di risolvere soddisfacentemente il problema che nessuna congettura aveva permesso di decifrare: la natura informe e caotica di quasi tutti i libri. Uno di questi, che mio padre vide in un esagono del circuito quindici novantaquattro, constava delle lettere M C V, perversamente ripetute dalla prima all’ultima riga. Un altro (molto consultato in questa zona) è un mero labirinto di lettere, ma l’ultima pagina dice Oh tempo le tue piramidi. E ormai risaputo: per una riga ragionevole, per una notizia corretta, vi sono leghe di insensate cacofonie, di farragini verbali e di incoerenze. (So d’una regione barbarica i cui bibliotecari ripudiano la superstiziosa e vana abitudine di cercare un senso nei libri, e la paragonano a quella di cercare un senso nei sogni o nelle linee caotiche della mano... Ammettono che gli inventori della scrittura imitarono i venticinque simboli naturali, ma sostengono che questa applicazione è casuale, e che i libri non significano nulla di per sé. Questa affermazione, lo vedremo, non è del tutto erronea.)
Per molto tempo si credette che questi libri impenetrabili corrispondessero a lingue preferite o remote. Ora, è vero che gli uomini più antichi, i primi bibliotecari, parlavano una lingua molto diversa da quella che noi parliamo oggi; è vero che poche miglia a destra la lingua è già dialettale, e novanta piani più sopra è incomprensibile. Tutto questo, lo ripeto, è vero, ma quattrocentodieci pagine di inalterabili M C V non possono corrispondere ad alcun idioma, per dialettale o rudimentale che sia. Alcuni insinuarono che ogni lettera poteva influire sulla seguente, e che il valore di M C V nella terza riga della pagina 71 non era lo stesso di quello che la medesima serie poteva avere in altra riga di altra pagina; ma questa vaga tesi non prosperò. Altri pensarono a una crittografia; quest’ipotesi è stata universalmente accettata, ma non nel senso in cui la formularono i suoi inventori.
Cinquecento anni fa, il capo d’un esagono superiore [nota 2] Prima, per ogni tre esagoni c’era un uomo. Il suicidio e le malattie polmonari hanno distrutto questa proporzione. Fatto indicibilmente malinconico: a volte viaggiano molte notti per corridoi e scale pulite senza trovare un solo bibliotecario. [fine della nota]. trovò un libro tanto confuso come gli altri, ma in cui v’erano quasi due pagine di scrittura omogenea, verosimilmente leggibile. Mostrò la sua scoperta a un decifratore ambulante, e questo gli disse che erano scritte in portoghese; altri gli dissero che erano scritte in yiddish. Poté infine stabilirsi, dopo ricerche che durarono quasi un secolo, che si trattava d’un dialetto samoiedo-lituano del guaranì, con inflessioni di arabo classico. Si decifrò anche il contenuto: nozioni di analisi combinatoria, illustrate con esempi di permutazioni a ripetizione illimitata. Questi esempi permisero a un bibliotecario di genio di scoprire la legge fondamentale della Biblioteca.
Questo pensatore osservò che tutti i libri, per diversi che fossero, constavano di elementi eguali: lo spazio, il punto, la virgola, le ventidue lettere dell’alfabeto. Stabilì, inoltre, un fatto che tutti i viaggiatori hanno confermato: non vi sono, nella vasta Biblioteca, due soli libri identici. Da queste premesse incontrovertibili dedusse che la Biblioteca è totale, e che i suoi scaffali registrano tutte le possibili combinazioni del venticinque simboli ortografici (numero, anche se vastissimo, non infinito) cioè tutto ciò ch’è dato di esprimere, in tutte le lingue. Tutto: la storia minuziosa dell’avvenire, le autobiografie degli arcangeli, il catalogo fedele della Biblioteca, migliaia e migliaia di cataloghi falsi, la dimostrazione della falsità di questi cataloghi, la dimostrazione della falsità del catalogo autentico, l’evangelo gnostico di Basilide, il commento di questo evangelo, il commento del commento di questo evangelo, il resoconto veridico della tua morte, Ia traduzione di ogni libro in tutte le lingue, le interpolazioni di ogni libro in tutti i libri.
Quando si proclamò che la Biblioteca comprendeva tutti i libri, la prima impressione fu di straordinaria felicità. Tutti gli uomini si sentirono padroni di un tesoro intatto e segreto. Non v’era problema personale o mondiale la cui eloquente soluzione non esistesse: in un qualche esagono. L’universo era giustificato, l’universo attingeva bruscamente le dimensioni illimitate della speranza. A quel tempo si parlò molto delle Vendicazioni: libri di apologia e di profezia che giustificavano per sempre gli atti di ciascun uomo dell’universo e serbavano arcani prodigiosi per il suo futuro. Migliaia di ambiziosi abbandonarono il dolce esagono natale e si lanciarono su per le scale, spinti dal vano proposito di trovare la propria Vendicazione. Questi pellegrini s’accapigliavano negli stretti corridoi, profferivano oscure minacce, si strangolavano per le scale divine, scagliavano I libri ingannevoli nei pozzi senza fondo, vi morivano essi Stessi, precipitativi dagli uomini di regioni remote. Molti impazzirono... Le Vendicazioni esistono (io ne ho viste due, che si riferiscono a persone da venire, e forse non immaginarie), ma quei ricercatori dimenticavano che la possibilità che un uomo trovi la sua, o qualche perfida variante della sua, è sostanzialmente zero.
Anche si sperò, a quel tempo, nella spiegazione dei misteri fondamentali dell’umanità: l’origine della Biblioteca e del tempo. E’ verosimile che di questi gravi misteri possa darsi una spiegazione in parole: se il linguaggio del filosofi non basta, la multiforme Biblioteca avrà prodotto essa stessa l’inaudito idioma necessario, e i vocabolari e la grammatica di questa lingua. Già da quattro secoli gli uomini affaticano gli esagoni.. Vi sono cercatori ufficiali, inquisitori. Li ho visti nell’esercizio della loro funzione: arrivano sempre scoraggiati parlano di scale senza un gradino, dove per poco non s’ammazzarono; parlano di scale e di gallerie con il bibliotecario; ogni tanto, prendono il libro più vicino e lo sfogliano, in cerca di parole infami. Nessuno, visibilmente, s’aspetta di trovare nulla.
Alla speranza smodata, com’è naturale, successe una eccessiva depressione. La certezza che un qualche scaffale d’un qualche esagono celava libri preziosi e che questi libri preziosi erano inaccessibili, parve quasi intollerabile. Una setta blasfema suggerì che s’interrompessero le ricerche e che tutti gli uomini si dessero a mescolare lettere e simboli, fino a costruire, per un improbabile dono del caso, questi libri canonici. Le autorità si videro obbligate, a promulgare ordinanze severe. La setta sparì, ma nella mia fanciullezza ho visto vecchi uomini che lungamente s’occultavano nelle latrine, con dischetti di metallo in un bossolo proibito, e debolmente rimediavano al divino disordine.
Altri, per contro, credettero che l’importante fosse di sbarazzarsi delle opere inutili. Invadevano gli esagoni, esibivano credenziali non sempre false, sfogliavano stizzosamente un volume e condannavano scaffali interi: al loro furore igienico, ascetico, si deve l’insensata distruzione di milioni di libri. Il loro nome è esecrato, ma chi si dispera per i "tesori" che la frenesia di coloro distrusse, trascura due fatti evidenti. Primo: la Biblioteca è così enorme che ogni riduzione d’origine umana risulta infinitesima. Secondo: ogni esemplare è unico, insostituibile, ma (poiché la Biblioteca è totale) restano sempre varie centinaia di migliaia di facsimili imperfetti, cioè di opere che non differiscono che per una lettera o per una virgola. Contrariamente all’opinione generale, credo dunque che le conseguenze delle depredazioni commesse dai Purificatori siano state esagerate a causa dell’orrore che quei fanatici ispirarono. Li sospingeva l’idea delirante di conquistare i libri dell’Esagono Cremisi: libri di formato minore dei normali; onnipotenti, illustrati e magici.
Sappiamo anche d’un’altra superstizione di quel tempo: quella dell’Uomo del Libro. In un certo scaffale d’un certo esagono (ragionarono gli uomini) deve esistere un libro che sia la chiave e il compendio perfetto di tutti gli altri: un bibliotecario l’ha letto, ed è simile a un dio. Nel linguaggio di questa zona si conservano alcune tracce del culto di quel funzionario remoto. Molti peregrinarono in cerca di Lui, si spinsero invano nelle più lontane gallerie.
Come localizzare il venerando esagono segreto che l’ospitava? Qualcuno propose un metodo regressivo: per localizzare il libro A, consultare previamente il libro B; per localizzare il libro B, consultare previamente il libro C; e così all’infinito… In avventure come queste ho prodigato e consumato i miei anni.
Non mi sembra inverosimile che in un certo scaffale dell’universo esista un libro totale [nota 3] Ripeto: perché un libro esista, basta che sia, possibile. Solo l’impossibile è escluso. Per esempio: nessun libro è anche una scala, sebbene esistano sicuramente dei libri che discutono, che negano, che dimostrano questa possibilità, e altri la cui struttura corrisponde a quella d’una scala. [fine della nota]; prego gli deì ignoti che un uomo - uno solo, e sia pure da migliaia d’anni! - l’abbia trovato e l’abbia letto. Se l’onore e la sapienza e la felicità non sono per me, che siano per altri. Che il cielo esista, anche se il mio posto è all’inferno.
Ch’io sia oltraggiato e annientato, ma che per un istante, in un essere, la Tua enorme Biblioteca si giustifichi.
Affermano gli empi che il nonsenso è normale nella Biblioteca, e che il ragionevole (come anche l’umile e semplice coerenza) è quasi una miracolosa eccezione. Parlano (lo so) della "Biblioteca febbrile, i cui casuali volumi corrono il rischio incessante di mutarsi in altri, e tutto affermano, negano e confondono come una divinità in delirio". Queste parole, che non solo denunciano il disordine, ma lo illustrano, testimoniano generalmente del pessimo gusto e della disperata ignoranza di chi le pronuncia. In realtà, la Biblioteca include tutte le strutture verbali, tutte le variazioni permesse dai venticinque simboli ortografici, ma non un solo nonsenso assoluto. Inutile osservarmi che il miglior volume dei molti esagoni che amministro s’intitola Tuono pettinato, un altro Il crampo di gesso e un altro Axaxaxas mlo. Queste proposizioni, a prima vista incoerenti, sono indubbiamente suscettibili d’una giustificazione crittografica o allegorica; questa giustificazione e verbale, e però, ex hypothesi, già figura nella Biblioteca. Non posso immaginare alcuna combinazione di caratteri

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che la divina Biblioteca non abbia previsto, e che in alcuna delle sue lingue segrete non racchiuda un terribile significato. Nessuno può articolare una sillaba che non sia piena di tenerezze e di terrori; che non sia, in alcuno di quei linguaggi, il nome poderoso di un dio.
Parlare è incorrere in tautologie. Questa epistola inutile e verbosa già esiste in uno del trenta volumi del cinque scaffali di uno degli innumerabili esagoni e così pure la sua confutazione. (Un numero n di lingue possibili usa lo stesso vocabolario; in alcune, il simbolo biblioteca ammette la definizione corretta di sistema duraturo e ubiquitario di gallerie esagonali, ma biblioteca sta qui per pane, o per piramide, o per qualsiasi altra cosa, e per altre cose stanno le sette parole che la definiscono. Tu, che mi leggi, sei sicuro d’intendere la mia lingua?)
Lo scrivere metodico mi distrae dalla presente condizione degli uomini, cui la certezza di ciò, che tutto sta scritto, annienta o istupidisce. So di distretti in cui i giovani si prosternano dinanzi ai libri e ne baciano con barbarie le pagine, ma non sanno decifrare una sola lettera.
Le epidemie, le discordie eretiche, le peregrinazioni che inevitabilmente degenerano in banditismo, hanno decimato la popolazione. Credo di aver già accennato ai suicidi, ogni anno più frequenti. M’inganneranno, forse, la vecchiezza e il timore, ma sospetto che la specie umana - l’unica - stia per estinguersi, e che la Biblioteca perdurerà: illuminata, solitaria, infinita, perfettamente immobile, armata di volumi preziosi, inutile, incorruttibile, segreta.
Aggiungo: infinita. Non introduco quest’aggettivo per un’abitudine retorica; dico che non è illogico pensare che il mondo sia infinito. Chi lo giudica limitato, suppone che in qualche luogo remoto i corridoi e le scale e gli esagoni possano inconcepibilmente cessare; ciò che è assurdo. Chi lo immagina senza limiti, dimentica che e limitato il numero possibile dei libri. Io m’arrischio a insinuare questa soluzione: La Biblioteca è illimitata e periodica. Se un eterno viaggiatore la traversasse in una direzione qualsiasi, constaterebbe alla fine dei secoli che gli stessi volumi si ripetono nello stesso disordine (che, ripetuto, sarebbe un ordine: l’Ordine). Questa elegante speranza rallegra la mia solitudine [nota 4] Letizia Alvarez de Toledo ha osservato che la vasta Biblioteca e inutile; a rigore, basterebbe un solo volume, di formato comune stampato in corpo nove o in corpo dieci, e composto d’un numero infinito di fogli infinitamente sottili. (Cavalieri, al principio del secolo XVII, affermò che ogni corpo solido è la sovrapposizione d’un numero infinito di piani.) Il maneggio di questo serico vademecum non sarebbe comodo: ogni foglio apparente si sdoppierebbe in altri simili; L’inconcepibile foglio centrale non avrebbe rovescio. [fine della nota].

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Da Fahrenheit 451.

(di R. Bradbury)

Ray Bradbury, Waukegan 22 agosto 1920 "Sapete che i libri hanno un po' l'odore della noce moscata o di certe spezie d'origine esotica? Amavo annusarli, da ragazzo. Signore, quanti bei libri c'erano al mondo un tempo, prima che noi vi rinunciassimo!"


Non sono i libri che vi mancano, ma alcune delle cose che un tempo erano nei libri. Le stesse cose potrebbero essere diffuse e proiettate da radio e televisori. Ma ciò non avviene. No, no, non sono affatto libri le cose che andate cercando.
Prendetele dove ancora potete trovarle, in vecchi dischi, in vecchi film, e nei vecchi amici; cercatele nella natura e cercatele soprattutto in voi stesso.
I libri erano soltanto una specie di veicolo, di ricettacolo in cui riponevamo tutte le cose che temevamo di poter dimenticare. Non c'è nulla di magico, nei libri; la magia sta solo in ciò che essi dicono, nel modo in cui hanno cucito le pezze dell'Universo per mettere insieme così un mantello di cui rivestirci.


"sapete perché libri come questo siano tanto importanti? Perché hanno sostanza. Che cosa significa in questo caso "sostanza" Per me significa struttura, tessuto connettivo.
Questo libro ha pori, ha caratteristiche sue proprie, è un libro che si potrebbe osservare al microscopio. Trovereste che c'è della vita sotto il vetrino, una vita che scorre come una fiumana in infinita profusione. Maggior numero di pori, maggior numero di particolarità della vita per centimetro quadrato avrete su un foglio di carta, e più sarete "letterario". Questa è la mia definizione, ad ogni modo. Scoprire le particolarità. Particolarità nuove!
I buoni scrittori toccano spesso la vita. I mediocri la sfiorano con una mano fuggevole. I cattivi scrittori la sforzano e l'abbandonano. "Capite ora perché i libri sono odiati e temuti? Perché rivelano i pori sulla faccia della vita. La gente comoda vuole soltanto facce di luna piena, di cera, facce senza pori, senza peli, inespressive.


"Mia moglie dice che i libri non sono "reali".
"E Dio sia lodato per questo. Li si può almeno chiudere, dire: "Aspetta un momento".
Potete farne ciò che volete. Ma chi mai è riuscito a strapparsi dall'artiglio che v'imprigiona quando mettete piede nel salotto TV? Vi foggia secondo l'aspetto che esso più desidera! L'ambiente in cui vi chiude è reale come il mondo. Diviene e pertanto è la verità. I libri possono essere battuti con la ragione.
I libri potranno esserci di aiuto?"
"Soltanto se potremo avere la terza cosa che ci manca. La prima, come ho detto, è sostanza, identificazione della vita. La seconda, agio, tempo di pensare a questa identificazione, di assimilare la vita. La terza: diritto di agire in base a ciò che apprendiamo dall'influenza che le prime due possono esercitare su di noi.


"Una volta all'anno è permesso di portare a casa un libro dei tempi andati, per mostrare alla famiglia quanto sciocca fosse quell'antica usanza dei libri, come questo genere di cose possa rendere la gente apprensiva, squilibrata. La sorpresa che ho voluto riservarvi, consiste nella lettura di un brano, a dimostrare quanta confusione esistesse un tempo nel cervello della gente, in modo che nessuno di noi possa un giorno dover confondere la sua graziosa testolina con delle porcherie di quella specie."


Dà a un uomo tre o quattro versi e crederà d'essere il Signore di tutta la Creazione. Tu credi di poter camminare sulle acque coi tuoi libri, vero? E invece il mondo può andare avanti benissimo anche senza di loro. Guarda piuttosto dove ti hanno portato, i libri: nella melma fin sotto le labbra. Basta che io agiti la melma col mignolo, per vederti affogare!"


Le cose che voi cercate, sono su questa terra, ma il solo modo per cui l'uomo medio potrà vederne il novantanove per cento sarà un libro. Non chiedete garanzie. E non aspettatevi di essere salvato in una sola cosa, persona, macchina o biblioteca. Fate la vostra parte di salvatore, e se affogherete, almeno morrete sapendo ch'eravate diretto alla spiaggia."


C'era un buffissimo uccello, chiamato Fenice, nel più remoto passato, prima di Cristo, e questo uccello ogni quattro o cinquecento anni si costruiva una pira e ci s'immolava sopra.
Ma ogni volta che vi si bruciava, rinasceva. subito poi dalle sue stesse ceneri, per ricominciare.
E a quanto sembra, noi esseri umani non sappiamo fare altro che la stessa cosa, infinite volte, ma abbiamo una cosa che la Fenice non ebbe mai. Sappiamo la colossale sciocchezza che abbiamo appena fatta. Conosciamo bene tutte le innumerevoli assurdità commesse in migliaia di anni e finché sapremo di averle commesse e ci sforzeremo di saperlo, un giorno o l'altro la smetteremo di accendere i nostri fetenti roghi funebri e di saltarci sopra.

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Da Il barone rampante.

(di I. Calvino)

Italo Calvino, Santiago de Las Vegas 15 ottobre 1923 - Siena 19 settembre 1985 - ...lei è il brigante Gian dei Brughi?
- Come mi conosce?
- Eh, così, di fama.
- E lei è quello che non scende mai dagli alberi?
- Sì. Come lo sa?
- Be', anch'io, la fama corre.
Si guardarono con cortesia, come due persone di riguardo che s'incontrano per caso e sono contente di non essere sconosciute l'una all'altra.
Cosimo non sapeva cos'altro dire, e si rimise a leggere.
- Cosa legge di bello?
- Il Gil Blas di Lesage.
- È bello?
- Eh sì.
- Le manca tanto a finirlo?
- Perché? Be', una ventina di pagine.
- Perché quando l'aveva finito volevo chiederle se me lo prestava, - sorrise, un po' confuso.
- Sa, passo le giornate nascosto, non si sa mai cosa fare. Avessi un libro ogni tanto, dico.
Una volta ho fermato una carrozza, poca roba, ma c'era un libro e l'ho preso. Me lo sono portato su, nascosto sotto la giubba; tutto il resto del bottino avrei dato, pur di tenermi quel libro. La sera, accendo la lanterna, vado per leggere... era in latino! Non ci capivo una parola... - Scosse il capo. - Vede, io il latino non lo so...
- E be', latino, caspita, è duro, - disse Cosimo, e sentì che suo malgrado stava prendendo un'aria protettiva. - Questo qui è in francese...
- Francese, toscano, provenzale, castigliano, lì capisco tutti, - disse Gian dei Brughi. -
Anche un po' il catalano: Bon dia! Bona nit! Està la mar mòlt alborotada.
In mezz'ora Cosimo finì il libro e lo prestò a Gian dei Brughi.
Così cominciarono i rapporti tra mio fratello e il brigante. Appena Gian dei Brughi aveva finito un libro, correva a restituirlo a Cosimo, ne prendeva in prestito un altro, scappava a rintanarsi nel suo rifugio segreto, e sprofondava nella lettura.
A Cosimo i libri li procuravo io, dalla biblioteca di casa, e quando li aveva letti me li ridava.
Ora cominciò a tenerli più a lungo, perché dopo letti li passava a Gian dei Brughi, e spesso tornavano spelacchiati nelle rilegature, con macchie di muffa, striature di lumaca, perché il brigante chissà dove li teneva.
In giorni stabiliti Cosimo e Gian dei Brughi si davano convegno su di un certo albero, si scambiavano il libro e via, perché il bosco era sempre battuto dagli sbirri. Quest'operazione così semplice era molto pericolosa per entrambi: anche per mio fratello, che non avrebbe potuto certo giustificare la sua amicizia con quel criminale! Ma a Gian dei Brughi era presa una tal furia di letture, che divorava romanzi su romanzi e, stando tutto il giorno nascosto a leggere, in una giornata mandava giù certi tomi che mio fratello ci aveva messo una settimana, e allora non c'era verso, ne voleva un altro, e se non era il giorno stabilito si buttava per le campagne alla ricerca di Cosimo, spaventando le famiglie nei casolari e facendo muovere sulle sue tracce tutta la forza pubblica d'Ombrosa.
Adesso a Cosimo, sempre pressato dalle richieste del brigante, i libri che riuscivo a procurargli io non bastavano, e dovette andare a cercarsi altri fornitori. Conobbe un mercante di libri ebreo, tale Orbecche, che gli procurava anche opere in più tomi. Cosimo gli andava a bussare alla finestra dai rami d'un carrubo portandogli lepri, tordi e starne appena cacciati in cambio di volumi.
Ma Gian dei Brughi aveva i suoi gusti, non gli si poteva dare un libro a caso, se no l'indomani tornava da Cosimo a farselo cambiare. Mio fratello era nell'età in cui si comincia a prendere piacere alle letture più sostanziose, ma era costretto ad andarci piano, da quando Gian dei Brughi gli portò indietro Le avventure di Telemaco avvertendolo che se un'altra volta gli dava un libro così noioso, lui gli segava l'albero di sotto.
Cosimo a questo punto avrebbe voluto separare i libri che voleva leggersi per conto suo con tutta calma da quelli che si procurava solo per prestarli al brigante. Macché: almeno una scorsa doveva darla anche a questi, perché Gian dei Brughi si faceva sempre più esigente e diffidente, e prima di prendere un libro voleva che lui gli raccontasse un po' la trama, e guai se lo coglieva in fallo. Mio fratello provò a passargli dei romanzetti d'amore: e il brigante arrivava furioso chiedendo se l'aveva preso per una donnicciola. Non si riusciva mai a indovinare quello che gli andava.
Insomma, con Gian dei Brughi sempre alle costole, la lettura per Cosimo, dallo svago di qualche mezz'oretta, diventò l'occupazione principale, lo scopo di tutta la giornata. E a furia di maneggiar volumi, di giudicarli e compararli, di doverne conoscere sempre di più e di nuovi, tra letture per Gian dei Brughi e il crescente bisogno di letture sue, a Cosimo venne una tale passione per le lettere e per tutto lo scibile umano che non gli bastavano le ore dall'alba al tramonto per quel che avrebbe voluto leggere, e continuava anche a buio a lume di lanterna.
Finalmente, scoperse i romanzi di Richardson. A Gian dei Brughi piacquero. Finito uno, ne voleva subito un altro. Orbecche gli procurò una pila di volumi. Il brigante aveva da leggere per un mese. Cosimo, ritrovata la pace, si buttò a leggere le vite di Plutarco.
Gian dei Brughi, intanto, sdraiato sul suo giaciglio, gli ispidi capelli rossi pieni di foglie secche sulla fronte corrugata, gli occhi verdi che gli s'arrossavano nello sforzo della vista, leggeva leggeva muovendo la mandibola in un compitare furioso, tenendo alto un dito umido di saliva per esser pronto a voltare la pagina. Alla lettura di Richardson, una disposizione già da tempo latente nel suo animo lo andava come struggendo: un desiderio di giornate abitudinarie e casalinghe, di parentele, di sentimenti familiari, di virtù, d'avversione per i malvagi e i viziosi. Tutto quel che lo circondava non lo interessava più, o lo riempiva di disgusto. Non usciva più dalla sua tana tranne che per correre da Cosimo a farsi dare il cambio del volume, specie se era un romanzo in più tomi ed era rimasto a mezzo della storia.


A frequentare il brigante, dunque, Cosimo aveva preso una smisurata passione per la lettura e per lo studio, che gli restò poi per la vita. L'atteggiamento abituale in cui lo s'incontrava adesso, era con un libro aperto in mano, seduto a cavalcioni d'un ramo comodo, oppure appoggiato a una forcella come a un banco da scuola, un foglio posato su una tavoletta, il calamaio in un buco dell'albero, scrivendo con una lunga penna d'oca...
Adesso era lui che andava a cercare l'Abate Fauchelafleur perché gli facesse lezione, perché gli spiegasse Tacito e Ovidio e i corpi celesti e le leggi della chimica, ma il vecchio prete fuor che un po' di grammatica e un po' di teologia annegava in un mare di dubbi e di lacune, e alle domande dell'allievo allargava le braccia e alzava gli occhi al cielo.
Ma Cosimo, che divorava libri d'ogni specie, e metà del suo tempo lo passava a leggere e metà a cacciare per pagare i conti del libraio Orbecche, aveva sempre qualche nuova storia lui da raccontare...
L'Abate, si sa, aveva quella disposizione remissiva e accomodante che gli veniva da una superiore coscienza della vanità del tutto; e Cosimo se ne approfittava. Così il rapporto di discepolanza tra i due si capovolse: Cosimo faceva da maestro e Fauchelafleur da allievo. E tanta autorità mio fratello aveva preso, che riusciva a trascinarsi dietro il vecchio tremante nelle sue peregrinazioni sugli alberi...
Ma non bisogna dimenticare che nel vecchio giansenista questo stato di passiva accettazione d'ogni cosa s'alternava a momenti di ripresa della sua originaria passione per il rigore spirituale. E se, mentre era distratto e arrendevole, accoglieva senza resistenza qualsiasi idea nuova o libertina, per esempio l'uguaglianza degli uomini davanti alle leggi, o l'onestà dei popoli selvaggi, o l'influenza nefasta delle superstizioni, un quarto d'ora dopo, assalito da un accesso d'austerità e d'assolutezza, s'immedesimava in quelle idee accettate poco prima così leggermente e vi portava tutto il suo bisogno di coerenza e di severità morale. Allora sulle sue labbra i doveri dei cittadini liberi ed eguali o le virtù dell'uomo che segue la religione naturale diventavano regole d'una disciplina spietata, articoli d'una fede fanatica, e al di fuori di ciò non vedeva che un nero quadro di corruzione, e tutti i nuovi filosofi erano troppo blandi e superficiali nella denuncia del male, e la via della perfezione, se pur ardua, non consentiva compromessi o mezzi termini...
E così preparava la sua disgrazia. Perché la voce che a Ombrosa c'era un prete che si teneva al corrente di tutte le pubblicazioni più scomunicate d'Europa, arrivò fino al Tribunale ecclesiastico. Un pomeriggio, gli sbirri si presentarono alla nostra villa per ispezionare la celletta dell'Abate. Tra i suoi breviari trovarono le opere del Bayle, ancora intonse, ma tanto bastò perché se lo prendessero in mezzo e lo portassero con loro.


Per tenere i libri, Cosimo costruì a più riprese delle specie di biblioteche pensili, riparate alla meglio dalla pioggia e dai roditori, ma cambiava loro continuamente di posto, secondo gli studi e i gusti del momento, perché egli considerava i libri un po' come degli uccelli e non voleva vederli fermi o ingabbiati, se no diceva che intristivano. Sul più massiccio di questi scaffali aerei allineava i tomi dell'Enciclopedia di Diderot e D'Alembert man mano che gli arrivavano da un libraio di Livorno. E se negli ultimi tempi a forza di stare in mezzo ai libri era rimasto un po' con la testa nelle nuvole, sempre meno interessato del mondo intorno a lui, ora invece la lettura dell'Enciclopedia, certe bellissime voci come Abeille, Arbre, Bois, Jardin gli facevano riscoprire tutte le cose intorno come nuove. Tra i libri che si faceva arrivare, cominciarono a figurare anche manuali d'arti e mestieri, per esempio d'arboricoltura, e non vedeva l'ora di sperimentare le nuove cognizioni.

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Da Auto da Fé.

(di E. Canetti)

Elias Canetti, Ruse 25 luglio 1905 - Zurigo 14 agosto 1994 La passeggiata
«Che fai qui, bambino?».
«Niente».
«E allora perché ci stai?».
«Così...».
«Sai già leggere?».
«Oh sì».
«Quanti anni hai?».
«Nove compiuti».
«Cosa ti piace di più: una tavoletta di cioccolata o un libro?».
«Un libro».
«Davvero? Ma bravo. Allora è per questo che te ne stai qui?».
«Sì».
«E perché non l'hai detto subito?».
«Papà mi sgrida».
«Ah, ecco. Come si chiama tuo padre?».
«Franz Metzger».
«Ti piacerebbe andare in un paese straniero?».
«Sì. In India. Là ci sono le tigri».
«E poi dove?».
«In Cina. C'è un'enorme muraglia».
«Ti piacerebbe scavalcarla, vero?».
«E' troppo alta e troppo grande. Nessuno può scavalcarla. Proprio per questo l'hanno costruita».
«Quante cose sai! Hai già letto molto, tu».
«Sì, leggo sempre. Papà mi toglie i libri di mano. Mi piacerebbe frequentare una scuola cinese. Là s'imparano quarantamila lettere.
Non c'entrano nemmeno tutte in un libro».
«Questo lo pensi tu».
«Ho fatto il conto».
«Però le cose non stanno così. Lascia perdere i libri in vetrina. E' roba che non vale niente. Nella mia borsa ho qualcosa di bello. Aspetta, te lo faccio vedere. Sai che scrittura è questa?».
«Cinese! Cinese!».
«Ma sei proprio un bambino sveglio! Ne hai già visti di libri cinesi?».
«No, l'ho indovinato».


(Il professor Peter Kien )Aveva l'abitudine, durante le passeggiate che compiva fra le sette e le otto del mattino, di dare un'occhiata alle vetrine di tutte le librerie che trovava sulla propria strada. Quasi con gioia constatava che indecenze e porcherie d'ogni genere prendevano sempre più piede.
Quanto a lui, possedeva la più importante biblioteca privata di quella grande città, e ne portava sempre con sé una piccola parte. La sua passione per i libri, l'unica che si concedesse in un'esistenza severa e laboriosa, lo costringeva a prendere delle misure precauzionali. Era facile che un libro, anche se di nessun valore, lo tentasse all'acquisto.


…per combattere queste tentazioni, Kien batteva col palmo della mano sulla sua borsa gonfia di volumi. Se la teneva stretta addosso, in una maniera speciale che aveva escogitato lui per mantenere a contatto con essa la maggior parte del suo corpo. Le costole la sentivano oltre l'abito sottile, di qualità scadente. La parte superiore del braccio veniva a disporsi lungo la piega laterale della borsa, dove entrava di giusta misura. Sotto, l'avambraccio fungeva da sostegno. Le dita divaricate si stendevano con voluttà su tutta la superficie. Scusava davanti a se stesso questa cura eccessiva accampando il valore del contenuto. Se la borsa fosse per caso finita per terra, se la serratura, che lui controllava ogni mattina prima di uscire, si fosse tuttavia aperta proprio in quell'istante pericoloso, per quelle opere preziose sarebbe stata la fine. Niente lo disgustava più di un libro insudiciato. Quel mattino, tornando verso casa, s'era fermato davanti a una vetrina e improvvisamente un bambino s'era infilato tra lui e il vetro. Kien giudicò questa mossa un atto di maleducazione. Di posto ce n'era abbastanza. Lui si metteva sempre a un metro di distanza dal vetro; nondimeno leggeva senza il minimo sforzo ogni lettera al di là della vetrina. I suoi occhi funzionavano a meraviglia; cosa notevole in un uomo di quarant'anni che passava tutta la sua giornata tra libri e manoscritti. Ogni mattina i suoi occhi gli confermavano l'eccellenza del loro stato. Nella distanza che manteneva tra sé e quei libri offerti in vendita alla massa s'esprimeva inoltre quel disprezzo che, rispetto alle opere ponderose e scostanti della sua biblioteca, essi meritavano ampiamente.
Il bambino era piccolo, Kien di statura non comune. Tuttavia si sarebbe aspettato un maggior rispetto. Prima di rimproverargli il suo modo di comportarsi, si spostò di lato, per osservarlo. Il bambino teneva gli occhi fissi sui titoli dei libri e muoveva le labbra lentamente, quasi in silenzio.
Passava senza stancarsi da un volume all'altro. Ogni due minuti girava di scatto la testa.
Sull'altro lato della strada c'era un enorme orologio appeso sopra una bottega di orologiaio.
Erano le otto meno venti. Era evidente che il ragazzo temeva di far tardi a qualcosa di importante. Non prestava alcuna attenzione al signore che gli stava dietro. Forse faceva esercizio di lettura; forse imparava i titoli a memoria. Riservava a tutti un trattamento uguale ed equanime. Si vedeva chiaramente su quale punto fermava un attimo di più la sua attenzione.
Kien ne ebbe pena. Perdendosi dietro a quella roba volgare guastava il suo spirito fresco, forse già assetato di letture. Più tardi avrebbe letto certi libracci solo perché il titolo gli era familiare fin da bambino. Com'è possibile porre un limite alla ricettività dei primi anni?
Appena un bambino ha imparato a camminare e sillabare, si ritrova senza pietà in balia dei pericoli di una qualche strada sconnessa, dei prodotti di un qualsiasi mercante che, sa il diavolo per quale motivo, s'è messo nei libri. I piccoli dovrebbero crescere in una buona biblioteca privata. Il contatto quotidiano ed esclusivo con spiriti austeri, un luogo dove regnino saggezza, penombra, silenzio, l'abitudine tenace all'ordine più rigoroso, nello spazio come nel tempo: quale ambiente potrebbe meglio aiutare creature tanto fragili a superare gli anni della giovinezza?


A quindici anni lui (Kien) divorava di nascosto, contro la volontà di sua madre, un libro dopo l'altro, di giorno a scuola e di notte sotto le coperte alla luce fioca d'una minuscola lampadina tascabile. Quando il fratello minore, Georg, incaricato dalla madre di fare la guardia, si svegliava per caso durante la notte, non trascurava mai di strappargli le coperte a titolo di prova. La sorte delle sue letture nelle nottate seguenti dipendeva dalla rapidità con cui lui riusciva a far sparire lampada e libro sotto di sé. A trent'anni era ben saldo nella sua dedizione alla scienza. Rifiutava con scherno le cattedre universitarie. Con gli interessi dell'eredità paterna avrebbe avuto di che vivere comodamente fino alla fine dei suoi giorni.
Aveva invece preferito investire il capitale in libri. Fra pochi anni, forse non più di tre, non gli sarebbe rimasto più nulla. Non sognava mai l'avvenire pieno d'angustie che l'attendeva, ciò voleva dire che esso non lo spaventava.


(Gli occhi) Li adoperava soltanto laddove il loro impiego risultava fruttuoso: per leggere e per scrivere. Andava a prendersi ad occhi chiusi i libri che gli servivano. All'inizio rideva lui stesso di quelle stranezze.
Quante volte gli capitava di prendere un libro sbagliato e di tornarsene allo scrittoio ad occhi chiusi, senza sospettare di nulla. Là poi s'accorgeva d'essersi tenuto tre volumi più a destra, o uno più a sinistra, o, talvolta, addirittura troppo in basso, un intero scaffale più sotto. Ma non se ne crucciava, e si metteva pazientemente in cammino una seconda volta. Non di rado gli veniva voglia di sbirciare il titolo, di adocchiare il dorso del libro prima d'essere arrivato. Allora strizzava gli occhi, e in certi casi dava una sbirciatina distogliendo subito dopo lo sguardo. Il più delle volte però riusciva a dominarsi e aspettava di essere nuovamente allo scrittoio, dove il guardare non presentava rischi di sorta.
A furia di esercitarsi divenne un vero maestro nel camminare ad occhi chiusi. Trascorse tre, quattro settimane, fu in grado di trovare nel tempo più breve ciò che voleva, senza inganni o sotterfugi, tenendo gli occhi veramente serrati; una benda non l'avrebbe reso più cieco.


E se lui un tempo aveva deriso e disprezzato i ciechi e il gusto che essi conservavano alla vita malgrado la loro infermità, non appena ebbe barattato il suo pregiudizio con un vantaggio, la relativa filosofia venne da sé.
La cecità è un'arma contro il tempo e lo spazio; la nostra esistenza è tutta una mostruosa cecità tranne quel poco che riusciamo a cogliere con i nostri miseri sensi - miseri sia per la loro natura, sia per loro acutezza. Il principio dominante nel cosmo è la cecità. Proprio essa rende possibile la presenza, l'una accanto all'altra, di tante cose che non potrebbero coesistere se si potessero vedere reciprocamente. Essa permette di troncare lo scorrere del tempo quando non si è in grado di tenervi testa. Che altro è, per esempio, una spora, se non un frammento di vita che finché dura s'avvolge nella cecità in attesa di un contrordine? Il tempo è una grandezza continua, e c'è solo un mezzo per sfuggirgli. Astenendosi di tanto in tanto dal guardarlo, lo si frantuma nelle schegge che di esso si conoscono.
Kien non inventa la cecità, si limita a farne uso: una possibilità naturale della quale vivono coloro che vedono. Non si utilizzano oggi tutte le energie di cui si riesce ad entrare in possesso? Esistono ancora delle possibilità cui gli uomini non abbiano già posto mano?
Anche un tanghero è capace di manipolare l'elettricità o complicati atomi. Entità di fronte alle quali tutti gli uomini sono ugualmente ciechi riempiono la stanza di Kien, le sue dita, i suoi libri. Questa pagina di stampa, chiara e articolata come nessun'altra, in realtà è un ammasso infernale di elettroni impazziti. Se lui ne fosse cosciente in ogni momento, le lettere gli ballerebbero davanti agli occhi. Le sue dita percepirebbero la pressione di quel terribile movimento sotto forma di sottili punture di spillo. In un'intera giornata non gli riuscirebbe di mettere insieme più di una mediocrissima riga. E' suo diritto applicare la cecità, che lo protegge da siffatti eccessi dei sensi, a tutto ciò che nella sua vita può disturbarlo. Ai suoi occhi i mobili non esistono più di quanto non esista l'esercito di atomi dentro e attorno a lui. «Esse percìpi», essere equivale ad essere percepito: ciò che io non percepisco non esiste. Guai alle deboli creature che non si trattengono dal guardare la realtà così come essa si offre loro!
Da ciò risultava con logica stringente che Kien era ben lungi dall'ingannare se stesso.


Libri e libri si rovesciano dagli scaffali sul pavimento. Lui li trattiene con le sue lunghe braccia. In silenzio, perché non lo sentano da fuori, porta nell'atrio una pila dopo l'altra, e tutte insieme le accatasta contro la porta di ferro. E mentre ancora lo spaventoso fracasso gli manda in frantumi il cervello costruisce con i libri una poderosa trincea.
L'atrio si riempie di volumi. Lui si aiuta con la scala. Ben presto ha raggiunto il soffitto. Torna nella sua stanza. Gli scaffali gli spalancano in faccia occhiaie vuote. Davanti allo scrittoio il tappeto è in fiamme. Porta fuori tutti i vecchi giornali dalla stanzetta accanto alla cucina. Li apre e li sgualcisce, li appallottola e li getta tutt'intorno. Riporta la scala dov'era prima, al centro della stanza. Sale fino al sesto gradino, sorveglia il fuoco e aspetta.
Quando finalmente le fiamme lo raggiungono ride forte, come non ha mai riso in tutta la sua vita.

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Da Tre Cavalli.

(di E. De Luca)

Erri De Luca, Napoli 20 maggio 1950 Leggo solo libri usati.
Li appoggio al cestino del pane, giro pagina con un dito e quella resta ferma. Così mastico e leggo.
I libri nuovi sono petulanti, i fogli non stanno quieti a farsi girare, resistono e bisogna spingere per tenerli giù. I libri usati hanno le costole allentate, le pagine passano lette senza tornare a sollevarsi. Così alla trattoria di mezzogiorno mi siedo alla stessa sedia, chiedo minestra e vino e leggo.

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Da In alto a sinistra.

(di E. De Luca)

Erri De Luca, Napoli 20 maggio 1950 "Avrai la libertà di tornare ai libri, l'unica cosa che ti lascio, oltre al bridge.
Riavrai i libri, l'unico posto dove l'esperienza che uno fa nel mondo, trova le parole d'accompagnamento."
Li aveva portati tutti da me quell'anno, quasi niente vestiti. Voleva bene ai libri, tutti. Gli piaceva la forma, l'ingegnoso sistema delle pagine sottili legate lungo la costola, capaci di contenere tanta materia narrata. "La morte è il Messia, ha scritto Isaac Singer. E' proprio questo per me. In mancanza di fede l'aspetto con questa sola ansia: capire i libri. Ognuno capirà quelli che ha amato. Saprò quali avrei dovuto rileggere, quali ho mancato di conoscere. Mi aspetto dalla morte una biblioteca sterminata e anche la buona vista della gioventù."
Gli chiedevo se pensasse di ricevere anche quelli che sarebbero stati scritti dopo di noi. "I libri sono il sempre. Chi li scrive può credere di lasciarli ai contemporanei, ai posteri, ma mentre scrive tutto il passato è dietro le sue spalle a leggere. Se non c'è questo angelo del tempo trascorso, se non c'è il suo artiglio sul collo del poeta, le sue parole sono subito cenere. Se non si scrive per essere letti dagli antenati, non resta impresso niente sulla carta."


Di giorno parlava di libri. "Conoscevano le mie pene, i bisogni, gli scontenti. In ognuno di loro c'era una frase, una lettera che era stata scritta solo per me. Sono stati la vita seconda, che insegna a correggere il passato, a dargli una presenza di spirito che allora non ebbe, a dargli un'altra possibilità. I libri insegnano ai ricordi, li fanno camminare. Li ho letti per intero, non ne ho lasciato nessuno a mezzo, per quanto fosse deludente o presuntuoso l'ho seguito fino all'ultima linea. Perché è stato bello per me girare la pagina letta e portare lo sguardo in alto a sinistra, dove la storia continuava. Ho girato il foglio sempre alla svelta per proseguire da quel primo rigo, in alto a sinistra. Questo mi mancherà del mondo, mi mancherà più di te, delle tue cure e delle notti di bridge con cui mi hai fatto uscire dal dolore delle ossa. I libri sono un carattere ereditario e credo di avertelo trasmesso. Non li ami come me, sei esigente, cerchi tra essi le pagine che restano incise nella memoria, infilzate come farfalle. Ma non dire che le altre, le dimenticate, sono da non leggere. Molto è portato via dal caso, quello che resta è appunto solo questo, un resto che non dimostra e non sostituisce niente di quello che si è perduto. Ami le pagine assolute, le necessarie, al riparo dai gusti. Ma i libri siamo noi, gente che si ammala, si sfilaccia, ingiallisce e viene dimenticata. Sono a immagine della nostra vita. Ama un poco anche i libri del tuo tempo, ama un poco i tuoi anni che sono quelli che passano e non quelli che ti restano."

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Da I fratelle Karamazov.

(di F. Dostoevskij)

Fëdor Michajlovic Dostoevskij, Mosca 11 novembre 1821 – San Pietroburgo 28 gennaio 1881 Del padre morto era rimasta in casa una libreria, in cui si conservava un certo numero di volumi: Kolja aveva passione per la lettura, e per proprio conto ne aveva già letti alcuni. La madre, di questo, non si dava pensiero: solo, a volte, restava meravigliata che questo ragazzo, invece di andar a giocare, si trattenesse là accanto a quello scaffale per ore e ore su uno di quei vecchi libri. E così Kolja aveva potuto leggere qualche cosa, che ancora non si sarebbe dovuto dargli a leggere alla sua età.

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Da Il nome della rosa.

(di U. Eco)

Umberto Eco, Alessandria 5 gennaio 1932 Ci fermavamo a curiosare negli armaria, e ora che Guglielmo - coi suoi nuovi vetri sul naso - poteva attardarsi a leggere i libri, a ogni titolo che scopriva prorompeva in esclamazioni di allegrezza, o perché conosceva l'opera, o perché da tempo la cercava o infine perché non l'aveva mai sentita menzionare ed era oltremodo eccitato e incuriosito. Insomma, ogni libro era per lui come un animale favoloso che egli incontrasse in una terra sconosciuta. E mentre lui sfogliava un manoscritto, mi ingiungeva di cercarne altri.


Voglio vedere il libro che tu hai sottratto laggiù, dopo averlo letto, perché non volevi che altri lo leggesse, e che hai nascosto qui, proteggendolo in modo accorto, e che non hai distrutto perché un uomo come te non distrugge un libro, ma soltanto lo custodisce e provvede a che nessuno lo tocchi. Voglio vedere il secondo libro della Poetica di Aristotele, quello che tutti ritenevano perduto o mai scritto, e di cui tu custodisci forse l'unica copia."
"Quale magnifico bibliotecario saresti stato, Guglielmo," disse Jorge, con un tono insieme di ammirazione e rammarico. "Così sai proprio tutto."


"Ma ora dimmi," stava dicendo Guglielmo, "perché? Perché hai voluto proteggere questo libro più di tanti altri? Perché nascondevi, ma non a prezzo del delitto, trattati di negromanzia, pagine in cui si bestemmiava, forse, il nome di Dio, ma per queste pagine hai dannato i tuoi fratelli e hai dannato te stesso? Ci sono tanti altri libri che parlano della commedia, tanti altri ancora che contengono l'elogio del riso. Perché questo ti incuteva tanto spavento?"
"Perché era del Filosofo. Ogni libro di quell'uomo ha distrutto una parte della sapienza che la cristianità aveva accumulato lungo i secoli. I padri avevano detto ciò che occorreva sapere sulla potenza del Verbo, ed è bastato che Boezio commentasse il Filosofo perché il mistero divino del Verbo si trasformasse nella parodia umana delle categorie e del sillogismo. Il libro del Genesi dice quello che bisogna sapere sulla composizione del cosmo, ed è bastato che si riscoprissero i libri fisici del Filosofo, perché l'universo fosse ripensato in termini di materia sorda e viscida, e perché l'arabo Averroè quasi convincesse tutti della eternità del mondo. Sapevamo tutto sui nomi divini, e il domenicano seppellito da Abbone - sedotto dal Filosofo - li ha rinominati seguendo i sentieri orgogliosi della ragione naturale. Così il cosmo, che per l'Areopagita si manifestava a chi sapesse guardare in alto la cascata luminosa della causa prima esemplare, è diventato una riserva di indizi terrestri dai quali si risale per nominare una astratta efficienza. Prima guardavamo al cielo, degnando di uno sguardo corrucciato la melma della materia, ora guardiamo alla terra, e crediamo al cielo sulla testimonianza della terra. Ogni parola del Filosofo, su cui ormai giurano anche i santi e i pontefici, ha capovolto l'immagine del mondo. Ma egli non era giunto a capovolgere l'immagine di Dio. Se questo libro diventasse... fosse diventato materia di aperta interpretazione, avremmo varcato l'ultimo limite."
"Ma cosa ti ha spaventato in questo discorso sul riso? Non elimini il riso eliminando questo libro."
"No, certo. Il riso è la debolezza, la corruzione, l'insipidità della nostra carne. E' il sollazzo per il contadino, la licenza per l'avvinazzato, anche la chiesa nella sua saggezza ha concesso il momento della festa, del carnevale, della fiera, questa polluzione diurna che scarica gli umori e trattiene da altri desideri e da altre ambizioni... Ma così il riso rimane cosa vile, difesa per i semplici, mistero dissacrato per la plebe. Lo diceva anche l'apostolo, piuttosto di bruciare, sposatevi. Piuttosto di ribellarvi all'ordine voluto da Dio, ridete e dilettatevi delle vostre immonde parodie dell'ordine, alla fine del pasto, dopo che avete vuotato le brocche e i fiaschi. Eleggete il re degli stolti, perdetevi nella liturgia dell'asino e del maiale, giocate a rappresentare i vostri saturnali a testa in giù... Ma qui, qui..." ora Jorge batteva il dito sul tavolo, vicino al libro che Guglielmo teneva davanti, "qui si ribalta la funzione del riso, la si eleva ad arte, le si aprono le porte del mondo dei dotti, se ne fa oggetto di filosofia, e di perfida teologia...
Tu hai visto ieri come i semplici possono concepire, e mettere in atto, le più torbide eresie, disconoscendo e le leggi di Dio e le leggi della natura. Ma la chiesa può sopportare l'eresia dei semplici, i quali si condannano da soli, rovinati dalla loro ignoranza. La incolta dissennatezza di Dolcino e dei suoi pari non porrà mai in crisi l'ordine divino. Predicherà violenza e morirà di violenza, non lascerà traccia, si consumerà così come si consuma il carnevale, e non importa se durante la festa si sarà prodotta in terra, e per breve tempo, l'epifania del mondo alla rovescia. Basta che il gesto non si trasformi in disegno, che questo volgare non trovi un latino che lo traduca. Il riso libera il villano dalla paura del diavolo, perché nella festa degli stolti anche il diavolo appare povero e stolto, dunque controllabile. Ma questo libro potrebbe insegnare che liberarsi della paura del diavolo è sapienza. Quando ride, mentre il vino gli gorgoglia in gola, il villano si sente padrone, perché ha capovolto i rapporti di signoria: ma questo libro potrebbe insegnare ai dotti gli artifici arguti, e da quel momento illustri, con cui legittimare il capovolgimento. Allora si trasformerebbe in operazione dell'intelletto quello che nel gesto irriflesso del villano è ancora e fortunatamente operazione del ventre. Che il riso sia proprio dell'uomo è segno del nostro limite di peccatori. Ma da questo libro quante menti corrotte come la tua trarrebbero l'estremo sillogismo, per cui il riso è il fine dell'uomo! Il riso distoglie, per alcuni istanti, il villano dalla paura. Ma la legge si impone attraverso la paura, il cui nome vero è timor di Dio. E da questo libro potrebbe partire la scintilla luciferina che appiccherebbe al mondo intero un nuovo incendio: e il riso si disegnerebbe come l'arte nuova, ignota persino a Prometeo, per annullare la paura. Al villano che ride, in quel momento, non importa di morire: ma poi, cessata la sua licenza, la liturgia gli impone di nuovo, secondo il disegno divino, la paura della morte. E da questo libro potrebbe nascere la nuova e distruttiva aspirazione a distruggere la morte attraverso l'affrancamento dalla paura. E cosa saremmo, noi creature peccatrici, senza la paura, forse il più provvido, e affettuoso dei doni divini? Per secoli i dottori e i padri hanno secreto profumate essenze di santo sapere per redimere, attraverso il pensiero di ciò che è alto, la miseria e la tentazione di ciò che è basso. E questo libro, giustificando come miracolosa medicina la commedia, e la satira e il mimo, che produrrebbero la purificazione dalle passioni attraverso la rappresentazione del difetto, del vizio, della debolezza, indurrebbe i falsi sapienti a tentar di redimere (con diabolico rovesciamento) l'alto attraverso l'accettazione del basso. Da questo libro deriverebbe il pensiero che l'uomo può volere sulla terra (come suggeriva il tuo Bacone a proposito della magia naturale) l'abbondanza stessa del paese di Cuccagna. Ma è questo che non dobbiamo e non possiamo avere. Guarda i monacelli che si svergognano nella parodia buffonesca della Coena Cypriani. Quale diabolica trasfigurazione della sacra scrittura!
Eppure nel farlo sanno che ciò è male. Ma il giorno che la parola del Filosofo giustificasse i giochi marginali della immaginazione sregolata, oh allora veramente ciò che stava a margine balzerebbe nel centro, e del centro si perderebbe ogni traccia. Il popolo di Dio si trasformerebbe in una assemblea di mostri eruttati dagli abissi della terra incognita, e in quel momento la periferia della terra conosciuta diventerebbe il cuore dell'impero cristiano, gli arimaspi sul trono di Pietro, i blemmi nei monasteri, i nani dal ventre grosso e dalla testa immensa a guardia della biblioteca! I servi a dettare la legge, noi (ma anche tu, allora) a ubbidire alla vacanza di ogni legge. Disse un filosofo greco (che il tuo Aristotele qui cita, complice e immonda auctoritas) che si deve smantellare la serietà degli avversari con il riso, e il riso avversare con la serietà. La prudenza dei nostri padri ha fatto la sua scelta: se il riso è il diletto della plebe, la licenza della plebe venga tenuta a freno e umiliata, e intimorita con la severità. E la plebe non ha armi per affinare il suo riso sino a farlo diventare strumento contro la serietà dei pastori che devono condurla alla vita eterna e sottrarla alle seduzioni del ventre, delle pudenda, del cibo, dei suoi sordidi desideri. Ma se qualcuno un giorno, agitando le parole del Filosofo, e quindi parlando da filosofo, portasse l'arte del riso a condizione di arma sottile, se alla retorica della convinzione si sostituisse la retorica dell'irrisione, se alla topica della paziente e salvifica costruzione delle immagini della redenzione si sostituisse la topica dell'impaziente decostruzione e dello stravolgimento di tutte le immagini più sante e venerabili - oh quel giorno anche tu e tutta la tua sapienza, Guglielmo, ne sareste travolti!"


Spesso i libri parlano di altri libri.
Spesso un libro innocuo è come un seme, che fiorirà in un libro pericoloso, o all'inverso, è il frutto dolce di una radice amara.


...non di rado i libri parlano di libri, ovvero è come si parlassero fra loro.

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Da Non sperate di liberarvi dei libri.

(di U. Eco e J.C. Carrière)

Prefazione.
“Questo ucciderà quello. Il libro farà morire l’edificio.” Hugo mette la sua celebre formula in bocca a Claude Frollo, l’arcidiacono di Notre Dame a Parigi. Senza dubbio l’architettura non morirà, ma perderà la sua funzione di stendardo di una cultura che si trasforma. “Quando la si paragona al pensiero che si fa libro, e a cui bastano un po’ di carta, un po’ di inchiostro e una penna, come stupirsi del fatto che l’intelligenza umana abbia lasciato l’architettura per la stampa?” Le nostre “Bibbie di pietra” non sono scomparse, ma l’insieme della produzione dei testi manoscritti poi stampati, questo “formichiere di intelligenze”, questo “alveare in cui tutte le immaginazioni, le api dorate, arrivano al loro miele”, le ha improvvisamente, alla fine del Medioevo, singolarmente declassate.
Analogamente, se anche il libro elettronico finisse per imporsi a spese del libro stampato, non c’è ragione per cui riesca a farlo uscire dalle nostre case e dalle nostre abitudini. L’è-book, insomma, non ucciderà il libro. Più o meno come Gutemberg e la sua geniale invenzione non hanno eliminato da un giorno all’altro l’uso del codex né questo il commercio dei rotoli di papiro. Le pratiche e le abitudini coesistono e non c’è niente che amiamo di più che ampliare il ventaglio delle nostre possibilità. I film hanno forse ucciso i quadri? La televisione il cinema? Benvenuti, dunque, i supporti e le periferiche che ci assicurano l’accesso, attraverso un solo schermo, alla biblioteca universale ormai digitalizzata.
Il punto, piuttosto, è sapere quale cambiamento introdurrà la lettura a video di ciò che fino ad oggi abbiamo conosciuto solo pagina dopo pagina. Cosa guadagneremo con questi nuovi piccoli libri bianchi, cosa perderemo? Antiquate abitudini, forse. Una certa sacralità di cui il libro è stato circondato nel contesto di una cultura che l’aveva messo sull’altare.
Un’intimità particolare tra l’autore e il suo lettore, che la nozione di ipertestualità certamente metterà in crisi. L’idea di “chiusura” che il libro simboleggiava e anche, di conseguenza, certe pratiche di lettura. “Spezzando il legame ancora stretto fra i discorsi e la loro materialità,” dichiarava Roger Chartrier in occasione della sua lezione inaugurale al Collège de France, “la rivoluzione digitale obbliga a una radicale revisione dei gesti e delle nozioni che associamo al testo scritto”. Profondi sconvolgimenti, probabilmente, da cui comunque ci riprenderemo.
Sia che scegliamo di far risalire l’invenzione del libro ai primi codices (circa il II secolo d.C.) sia che ci riferiamo ai più antichi rotoli di papiro, ci troviamo di fronte a uno strumento che, per quante mutazioni abbia subito, si è comunque mostrato di una straordinaria fedeltà a se stesso. Il libro appare come una sorta di “ruota del sapere e dell’immaginario” che le rivoluzioni tecnologiche annunciate o temute non elimineranno.
Il libro si appresta a fare la sua rivoluzione tecnologica. Ma cos’è un libro? Cosa sono i libri che, sui nostri scaffali, su quelli delle biblioteche del mondo intero, racchiudono le conoscenze e le fantasticherie che l’umanità accumula da quando è in grado di scrivere? Che immagine abbiamo attraverso di essi della umana odissea dello spirito? Quali specchi ci offrono? E nel limitarci a considerare solo il meglio di questa produzione – i capolavori attorno ai quali si stabilisce il consenso culturale – restiamo fedeli alla loro funzione, che è semplicemente quella di mettere al sicuro ciò che l’oblio minaccia continuamente di annientare? Il libro è necessariamente il simbolo di quei progressi su noi stessi che ci fanno dimenticare le tenebre da cui crediamo ormai di essere usciti per sempre? Di cosa ci parlano esattamente i libri?
A queste preoccupazioni sul tipo di testimonianza che le nostre biblioteche portano per una più sincera conoscenza di noi stessi, vanno ad aggiungersi gli interrogativi su ciò che esattamente è arrivato fino a noi. I libri sono il riflesso fedele di ciò che il genio umano, ispirato più o meno bene, ha prodotto?
Appena formulata, la domanda genera in noi dei dubbi. Come a un tratto non ricordarci dei roghi in cui tanti libri continuano a consumarsi? Come se i libri e la libertà di espressione di cui sono diventati immediatamente il simbolo avessero generato altrettanti censori preoccupati di controllarne l’uso e la diffusione e talvolta di confiscarli per sempre.
E quando non è stata questione di distruzione programmata, il fuoco, per semplice passione di bruciare e di ridurre in cenere, ha condotto al silenzio biblioteche intere - come se i roghi si nutrissero l’uno dell’altro fino a generare l’idea che quest’incontrollabile profusione legittimasse una maniera come un’altra di regolazione. Così la storia della produzione dei libri è indissociabile da quella di un autentico “bibliocausto” sempre rinnovato. Censura, ignoranza, stupidità, Inquisizione, autodafè, negligenza, distrazione, incendi, hanno rappresentato poi altri scogli, talora fatali, sul cammino dei libri, Tutti i nostri sforzi di archiviazione e di conservazione non sono riusciti a impedire che alcune Divine commedie siano comunque per sempre sconosciute.
Da queste considerazioni sul libro e sui libri che, a dispetto di tutti gli slanci distruttivi. Sono arrivati fino a noi, derivano due idee: ciò che chiamiamo cultura è in realtà un lungo processo di selezione e di filtraggio. Intere collezioni di libri, di quadri, di film, di fumetti, di oggetti d’arte sono state bloccate dalla mano dell’inquisitore, o sono scomparse nelle fiamme, o si sono perdute per semplice negligenza. Erano la parte migliore dell’immenso lascito dei secoli precedenti? Erano la parte peggiore?
Ci consoleremo pensando che, tra i rotoli di papiro dispersi nell’incendio della biblioteca di Alessandria, e di tutte le biblioteche andate in fumo, sonnecchiavano probabili B-movie, capolavori di cattivo gusto e stupidità? Di fronte ai tesori di nullità che nascondono le nostre biblioteche, sapremo relativizzare le immense perdite del passato, questi omicidi (volontari o meno) della nostra memoria per soddisfarci di ciò che abbiamo conservato e che le nostre società, forti di tutte le tecnologie del mondo, cercano ancora di mettere al sicuro senza riuscirci in modo duraturo? Quale che sia la nostra insistenza a far parlare il passato, potremo trovare nelle nostre biblioteche, nei nostri musei o nelle nostre cineteche solo le opere che il tempo non ha fatto (o non ha potuto far) sparire. Più che mai capiamo che la cultura è tutto ciò che rimane quando tutto il resto è stato dimenticato.

U. Eco.
Umberto Eco, Alessandria 5 gennaio 1932 Il libro è come il cucchiaio, il martello, la ruota, le forbici. Una volta che li avete inventati, non potete fare di meglio. Non potete fare un cucchiaio che sia migliore del cucchiaio.
Le variazioni intorno all'oggetto-libro non ne hanno modificato la funzione, né la sintassi, da più di cinquecento anni.
Delle due cose, l'una: o il libro resterà il supporto della lettura o ci sarà qualcosa che rassomiglierà a ciò che il libro non ha mai smesso di essere, anche prima dell'invenzione della stampa.


L'idea di collezionare libri è molto antica. Non è dunque successo ai libri quel che è successo ai film. Il culto della pagina scritta, e più tardi del libro, è antico quanto la scrittura. Già i romani volevano possedere rotoli e collezionarli. Se abbiamo perso dei libri, è per altre ragioni. Se ne sono fatti sparire alcuni per ragioni di censura religiosa, o perché le biblioteche tendevano ad andare in fiamme alla prima occasione, allo stesso modo delle cattedrali, essendo fatte le une e le altre in gran parte di legno. Nel Medioevo una cattedrale o una biblioteca che brucia, più o meno come un aereo che cade nella guerra sul Pacifico, era normale. Il fatto che la biblioteca nel “Nome della rosa” finisse per bruciare non è in alcun modo un evento straordinario in quel periodo.
Ma le ragioni per cui i libri bruciavano erano le stesse che spingevano le persone a metterli in un luogo sicuro e dunque a collezionarli.


Non dimentichiamo che fino a sant'Ambrogio la lettura si faceva a voce alta. E' lui il primo che inizia a leggere senza pronunciare le parole. Cosa che aveva sbalordito sant'Agostino. Perché si doveva leggere ad alta voce? Perché si trattava di manoscritti. Se si riceve una lettera scritta a mano, molto male, certe volte si è costretti ad aiutarsi leggendola ad alta voce.


Parlando del libro prima del libro ovvero dei rotoli di papiro: a Roma, ad esempio, esistevano accanto alle biblioteche dei negozi in cui venivano venduti libri in forma di rotoli. Un appassionato andava dal libraio per ordinargli, per esempio, un esemplare di Virgilio. Il libraio gli chiedeva di ripassare dopo quindici giorni e il libro veniva copiato espressamente per lui. Noi abbiamo idee molto imprecise sull’acquisto dei libri nell’antichità e anche sull’invenzione della stampa. I primi libri stampati, del resto, non venivano venduti già rilegati.


I libri che ci sono nel mondo sono troppi rispetto al tempo che abbiamo a disposizione per averne conoscenza. Non si tratta di leggere tutti i libri che sono stati prodotti, ma solo i libri più rappresentativi di una certa cultura.

J.-C. Carrière.
Jean-Claude Carrière, Colombières-sur-Orb 19 settembre 1931 Il fine non è vedere a tutti i costi, o leggere a tutti i costi, ma sapere cosa farsene di questa attività, come trarne un nutrimento sostanziale e duraturo. Gli amanti della lettura rapida forse traggono piacere da quel che leggono? Se salti le lunghe descrizioni di Balzac, non perdi forse ciò che caratterizza più profondamente la sua opera? Ciò che solo lui sa rendere?


Una biblioteca non è per forza formata da libri che abbiamo letto o che leggeremo un giorno; in effetti è molto importante precisarlo. Una biblioteca raccoglie i libri che possiamo leggere. O che potremmo leggere. Anche se poi non li leggeremo mai. La Biblioteca è la garanzia di un sapere.


Il fatto che si sia potuto sacralizzare il libro ci dice quanto scrivere e leggere abbiano potuto contare nella storia delle culture.


Una grande biblioteca mi ricorda sempre le stratificazioni di una miniera di carbone, piena di fossili, di impronte e di congiunture. E’ l’erbario dei sentimenti e delle passioni, il barattolo in cui si conservano i campioni rinsecchiti di tutte le società umane.
Una biblioteca è un po’ una compagnia, un gruppo di amici viventi, di individui. Il giorno in cui ti senti un po’ isolato, un po’ depresso, puoi rivolgerti a loro.
Infatti è un vizio solitario. Per ragioni misteriose, l’affezione che possiamo avere per un libro non è in alcun modo legata al suo valore.

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Da Sotto il Burqa.

(di D. Ellis)

Deborah Ellis, Paris (Canada) 7 agosto 1960 Un cliente stava chiedendo a suo padre di rileggere una lettera. "Leggila piano, così riesco a ricordarmela e a raccontarla alla famiglia."
A Parvana sarebbe piaciuto ricevere una lettera. Il servizio postale in Afghanistan era ripreso solo di recente, dopo anni di interruzione a causa della guerra. Molti dei suoi amici avevano lasciato il paese con le loro famiglie. Probabilmente erano in Pakistan, ma non ne era sicura e quindi non poteva scrivergli. Anche la sua famiglia aveva traslocato così spesso a causa dei bombardamenti che i suoi amici non sapevano più dove viveva. "Gli afghani sono sparpagliati sulla Terra come le stelle nel cielo" diceva spesso il Papà.
Suo padre finì di leggere la lettera per la seconda volta. Il cliente lo ringraziò e pagò. "Ti cercherò quando dovrò rispondere."
La maggior parte della popolazione in Afghanistan non sapeva leggere né scrivere.
Parvana era una delle poche fortunate. Entrambi i suoi genitori erano stati all'università, e credevano che tutti, comprese le donne, avessero diritto a ricevere un'istruzione.


Chi mi pagherà per leggere?" aveva chiesto Parvana. "Ho solo undici anni."
"Sei molto più istruita della maggior parte della popolazione afghana" aveva risposto la Mamma: "Comunque, se non riuscirai a guadagnare così penseremo a qualcos' altro."
Parvana stese la coperta sul duro pavimento d'argilla del mercato, sistemò i suoi oggetti in vendita da un lato, come faceva il Papà, e la carta e le penne di fronte a sé. Poi si sedette e aspettò i clienti.
La prima ora passò senza che nessuno si fermasse. Gli uomini le passavano davanti, le rivolgevano uno sguardo e proseguivano. Avrebbe voluto avere il chador dietro cui nascondersi. Era sicura che da un momento all' altro qualcuno si sarebbe fermato, l'avrebbe indicata e avrebbe gridato: "Una ragazza!" La parola sarebbe rimbalzata per il mercato come una maledizione, e tutti avrebbero interrotto le loro occupazioni. Restare lì ferma quella prima ora fu una delle cose più difficili che avesse mai fatto.
Si stava guardando in giro quando accadde qualcosa. Avvertì l'ombra su di sé prima di vederla, perché l'uomo si muoveva tra lei e il sole. Voltandosi, vide il turbante scuro dell'uniforme dei talebani. Portava un fucile a tracolla, con la stessa naturalezza con cui lei portava la borsa di suo padre.
Parvana cominciò a tremare.
"Sai leggere?" le chiese l'uomo in Pashtu. Parvana provò a rispondere, ma non le uscì la voce. Annuì.
"Parla, ragazzo! Non so che farmene di un muto! "Parvana trasse un profondo respiro. "Sì, so leggere" disse in Pashtu, in un tono di voce che si augurò fosse abbastanza alto. "So leggere e scrivere in Dari e Pashtu." Se l'uomo davanti a lei era un cliente, si augurava che il suo Pashtu fosse abbastanza buono.
Il soldato talebano continuò a guardarla. Poi infilò la mano nel gilet. Senza distogliere lo sguardo da Parvana, tirò fuori qualcosa da una tasca.
Parvana stava per chiudere gli occhi, aspettandosi di essere colpita, quando vide che l'uomo aveva tirato fuori una lettera.
Si sedette accanto a lei sulla coperta. "Leggimi questa" disse.
Parvana prese la busta che le porgeva. Veniva dalla Germania. Lesse l'indirizzo. "È indirizzata a Fatima Azima."
"Era mia moglie" disse l'uomo.
La lettera era molto vecchia. Parvana la tirò fuori dalla busta e la aprì. Le pieghe erano incise nel foglio "Cara nipote" lesse Parvana. "Mi dispiace molto di non poter essere vicino a te per il tuo matrimonio, ma spero che questa lettera ti giunga in tempo. È una fortuna essere in Germania, lontano dalla guerra. In cuor mio, però, io non ho mai lasciato l'Afghanistan. Penso sempre al nostro paese, alla famiglia e agli amici che probabilmente non rivedrò più.
"Nel giorno del tuo matrimonio ti mando gli auguri più sinceri per il tuo futuro. Tuo padre, mio fratello, è un brav'uomo e avrà sicuramente scelto per te, come tuo marito, un uomo altrettanto buono. Non sarà facile i primi tempi, lontana dalla tua casa, ma avrai una nuova famiglia. Presto comincerai a sentire di appartenergli. Spero che tu sia felice, che possa avere il dono di molti bambini e che possa vivere abbastanza a lungo da vedere i figli dei tuoi figli.
"Quando avrai lasciato il Pakistan e sarai tornata in Afghanistan con tuo marito, non mi sarà più possibile rintracciarti. Ti prego, porta con te la mia lettera, e non dimenticarmi, perché io non ti dimenticherò.
La tua affezionata zia Sohila."
Parvana smise di leggere. Il talebano stava in silenzio accanto a lei. "Devo leggerla un' altra volta?"
L'uomo scosse la testa e tese la mano per riavere la lettera. Parvana la piegò e gliela porse. Con mani tremanti lui rimise la lettera nella busta. Parvana vide una lacrima nei suoi occhi. Rotolò lungo la guancia e cadde sulla barba.
"Mia moglie è morta" disse. "Questa era tra le sue cose. Volevo sapere cosa diceva."
Rimase seduto ancora per qualche minuto, con la lettera in mano.
"Vuoi che scriva una risposta?" chiese Parvana.
Suo padre diceva sempre così.
Il soldato talebano sospirò e scosse la testa. "Quanto ti devo?"
"Paga quanto ritieni giusto" disse Parvana. Era quello che avrebbe detto suo padre.
L'uomo prese alcune monete dalla tasca e gliele diede. Senza dire un' altra parola, si alzò dalla coperta e se ne andò.

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Da La storia infinita.

(di M. Ende)

Michael Andreas Helmuth Ende, Garmisch-Partenkirchen 12 novembre 1929 – Stoccarda 28 agosto 1995 Questa scritta (Antiquariato - titolare Carlo Corrado Coriandoli) stava sulla porta a vetri di una botteguccia, ma naturalmente così la si vedeva solo guardando attraverso il vetro dall'interno del locale in penombra.
Fuori era una fredda, grigia giornata novembrina e pioveva a catinelle. Le gocce di pioggia correvano giù lungo il vetro, sopra gli svolazzi delle lettere. Tutto ciò che si riusciva a vedere attraverso il cristallo era un muro macchiato di pioggia dall'altro lato della strada. D'improvviso la porta venne spalancata con tanta violenza che un piccolo grappolo di campanellini d'ottone sospeso sul battente cominciò a tintinnare tutto eccitato e ci volle un bel po' prima che si rimettesse tranquillo.
Causa di quello scompiglio era un ragazzino piccolo e grassoccio, di forse dieci, undici anni. I capelli scuri gli ricadevano bagnati sul viso, il cappotto era molle di pioggia e tutto gocciolante; sul fianco, pendente da una cinghia a tracolla, portava una cartella di scuola. Era piuttosto pallido e senza fiato ma, in contrasto con l'affanno che lo aveva condotto fin lì, ora se ne stava sulla porta, immobile, come se avesse messo radici.
Davanti a lui si apriva una stanza lunga e stretta che si perdeva verso il fondo nella penombra. Alle pareti c'erano scaffali che arrivavano fino al soffitto, zéppi di libri d'ogni formato e dimensione. Sul pavimento stavano accatastati mucchi di volumoni "in-folio", su alcune tavole erano ammassate montagne di libri più piccoli, rilegati in pelle e dal brillante taglio dorato. Da dietro un muro di libri, alto quanto un uomo, che si levava all'estremità opposta della stanza, veniva il bagliore di una lampada. In quella luce si levava di tanto in tanto un anello di fumo che s'ingrandiva salendo per poi andare a dissolversi in alto, nel buio. Pareva uno di quei segnali che usano gli indiani per mandarsi notizie da una montagna all'altra. Evidentemente laggiù c'era qualcuno e in effetti il ragazzo udì ora una voce piuttosto brusca che dietro la parete di libri diceva:
"Si meravigli dentro o fuori, ma chiuda la porta. C'è corrente."
Il ragazzo ubbidì e chiuse piano la porta. Poi si accostò alla parete di libri e gettò cauto un'occhiatina oltre l'angolo: lì, in una grande poltrona di cuoio consunto, con lo schienale alto e orecchiuto, stava seduto un ometto grosso e tarchiato. Indossava un vestito nero tutto spiegazzato che aveva l'aria di essere molto vecchio e piuttosto polveroso. La pancia era tenuta su da un panciotto a fiori. L'uomo aveva una bella pelata, solo sopra le orecchie si drizzavano verso l'alto due cespuglietti di capelli bianchi. Aveva una faccia arrossata che faceva pensare al muso di un bulldog incattivito. Sul gran naso a patata troneggiavano gli occhiali cerchiati d'oro. Una gran pipa ricurva gli pendeva all'angolo della bocca che ricadeva tutta storta da una parte. Sulle ginocchia teneva un libro che evidentemente stava leggendo, perché, richiudendolo di colpo, aveva lasciato fra le pagine l'indice grasso della mano sinistra, come segnalibro, per così dire.
Ora con la destra si tolse gli occhiali, osservò il ragazzino grassoccio che gli stava davanti gocciolante, strinse gli occhi, cosa che aumentò l'espressione malevola, e borbottò soltanto: "Oh buon Dio del cielo!" Poi riaprì il libro e riprese a leggere.
Il bambino non sapeva bene che cosa fare, così restò semplicemente lì senza muoversi, fissando l'uomo con grandi occhi spalancati.
Alla fine l'altro richiuse di nuovo il libro, mettendo come prima l'indice fra le pagine a mo' di segnalibro, e borbottò: "Stammi bene a sentire, ragazzo mio. Io non posso soffrire i bambini. Lo so, lo so che al giorno d'oggi è di gran moda fare un sacco di storie a proposito dei bambini, ma io no! Io non sono proprio per niente amico dei bambini. Per me sono soltanto degli sciocchi piagnoni, fastidiosissimi, che rompono tutto, sporcano i libri di marmellata e ne strappano le pagine, e poi magari se ne fanno un baffo quando i grandi hanno i loro guai e dispiaceri. Te lo dico soltanto perché tu ti sappia regolare. Inoltre io non tengo libri per bambini e altri libri non te ne vendo. Ecco, spero che ci siamo capiti!"
Tutto questo lo aveva detto senza togliersi la pipa di bocca. Ora riaprì di nuovo il libro e riprese la lettura.
Il ragazzino annuì senza parlare, ma in un certo senso non gli pareva giusto accettare, senza controbatterlo, un discorso come quello, perciò si volse ancora una volta e disse piano:
"Però non sono tutti così!"
L'uomo alzò lentamente gli occhi e si tolse di nuovo gli occhiali. "Sei ancora qui? Ma che cosa si deve fare per liberarsi di un tipo come te, me lo spieghi? Che cosa volevi dire di tanto importante?"
"Niente d'importante", rispose il ragazzo a voce ancora più bassa, "volevo soltanto... non tutti i bambini sono come dice lei."


Bastiano si rese conto d'un tratto che in tutto quel tempo aveva tenuto lo sguardo continuamente fisso sul libro che il signor Coriandoli aveva avuto in mano prima, quando sedeva in poltrona. Non riusciva a staccarne gli occhi. Era come se dal quel libro emanasse qualche straordinaria forza magnetica che lo attirava irresistibilmente.
Si avvicinò alla poltrona, allungò lentamente la mano, toccò il libro, e in quello stesso istante dentro di lui qualcosa fece "Clic!" Come se una trappola si fosse serrata. Bastiano ebbe l'oscura sensazione che con quel breve contatto avesse avuto inizio qualcosa di irrevocabile, che ora avrebbe proseguito il suo corso.
Sollevò il libro e lo osservò da tutte le parti. La copertina era di seta color rubino cupo e luccicava mentre la rigirava di qua e di là. Sfogliandolo fuggevolmente vide che i fogli erano stampati in due colori diversi. Illustrazioni pareva non ce ne fossero, ma in compenso vi erano meravigliosi capilettera figurati.
Quando tornò a osservare la copertina, ci scoprì sopra due serpenti, uno scuro e l'altro chiaro, che si mordevano la coda, formando così un ovale. E in questo ovale c'era il titolo, in strani caratteri.


Per Bastiano Baldassarre Bucci la passione erano i libri.
Chi non ha mai passato interi pomeriggi con le orecchie in fiamme e i capelli ritti in testa chino su un libro, dimenticando tutto il resto del mondo intorno a sé, senza più accorgersi di aver fame o freddo; chi non ha mai letto sotto le coperte, al debole bagliore di una minuscola lampadina tascabile, perché altrimenti il papà o la mamma o qualche altra persona si sarebbero preoccupati di spegnere il lume per la buona ragione ch'era ora di dormire, dal momento che l'indomani mattina bisognava alzarsi presto; chi non ha mai versato, apertamente o in segreto, amare lacrime perché una storia meravigliosa era finita ed era venuto il momento di dire addio a tanti personaggi con i quali si erano vissute tante straordinarie avventure, a creature che si era imparato ad amare e ammirare, per le quali si era temuto e sperato e senza le quali d'improvviso la vita pareva così vuota e priva di interesse; chi non conosce tutto questo per sua personale esperienza, costui molto probabilmente non potrà comprendere ciò che fece allora Bastiano.
Fissava il titolo del libro e si sentiva percorrere da vampate di caldo e di freddo. Questo, ecco, proprio questo era ciò che lui aveva sognato tanto spesso e che sempre aveva desiderato da quando era caduto in preda alla sua passione: una storia che non dovesse mai avere fine. Il libro di tutti i libri.
Doveva avere quel libro, a ogni costo!
A ogni costo? Era facile a dirsi! Anche se avesse potuto offrire più delle duemila lire che portava con sé, quel poco gentile signor Coriandoli aveva anche troppo chiaramente fatto capire che non gli avrebbe venduto alcun libro. E tanto meno glielo avrebbe regalato. No, la cosa non aveva soluzione, era un vero caso disperato.
Eppure Bastiano sapeva che non sarebbe mai potuto andarsene senza quel libro. Adesso gli era chiaro che proprio a causa di quel libro era venuto qui, era stato il libro a chiamarlo in quella sua misteriosa maniera, perché voleva andare da lui, perché in fondo era già suo, gli apparteneva da sempre!
Bastiano restò in ascolto del mormorio che continuava a venire dallo studio dov'era il telefono.
Prima ancora di accorgersene si era d'improvviso nascosto il libro sotto il cappotto e se lo premeva contro il petto con entrambe le braccia. Senza far rumore camminò a ritroso fino alla porta, tenendo ansiosamente d'occhio l'altra porta, quella che dava nello studiolo.
Premette cauto la maniglia. Voleva a tutti i costi evitare che i campanellini d'ottone si mettessero a cantare, perciò aprì la porta a vetri solo quel tanto che gli bastava per sgusciar fuori. Poi, lento e cauto, la richiuse dall'esterno.
Solo allora cominciò a correre.
I quaderni, i libri di scuola, l'astuccio portapenne, tutto saltellava e ticchettava nella cartella al ritmo del suo passo. Si sentì delle fitte nel fianco, ma continuò a correre.
La pioggia gli cadeva sul viso e gli scendeva dentro il colletto. Freddo e umidità gli penetravano nel cappotto, ma Bastiano non li sentiva. Lui aveva caldo, ma non per la corsa.
La sua coscienza, che prima nel negozio del libraio non aveva dato segni di vita, s'era improvvisamente risvegliata. Tutte le ragioni che prima erano state così convincenti gli apparvero d'un tratto totalmente inaccettabili. Si scioglievano come pupazzi di neve al fiato di un drago sputafuoco.
Aveva rubato. Era un ladro!
Quel che aveva fatto era ancor peggio di un furto comune. Questo libro era certamente unico al mondo e insostituibile. Sicuramente era il più gran tesoro del signor Coriandoli. Rubare a un violinista un violino unico al mondo, o a un re la sua corona, era ben diverso che rubar soldi da una cassa.
E mentre correva così, si premeva il libro sotto il cappotto. Non lo voleva perdere, per quanto caro quel gesto potesse mai venirgli a costare. Era tutto ciò che possedeva ancora al mondo.
Perché a casa adesso naturalmente non poteva più tornare.


Bastiano aveva smesso di correre.


E dove andare, allora?
All'improvviso gli venne in mente il posto giusto, l'unico posto dove, almeno per il momento, nessuno sarebbe andato a cercarlo e a trovarlo.


La soffitta era grande e buia. Odorava di polvere e di naftalina. All'infuori del tambureggiare leggero della pioggia sulle lastre di rame del gran tetto, non si sentiva volare una mosca. Travi possenti, nere di vecchiaia, si levavano a intervalli regolari dal pavimento, si incontravano più in alto con altre travi del tetto, per perdersi poi da qualche parte nel buio. Qua e là pendevano ragnatele grandi come amache, che si muovevano avanti e indietro nella corrente d'aria, lievi e silenziose come spiriti. Dall'alto di un finestrino che si apriva nel tetto scendeva un lattiginoso raggio di luce.


Si udì il rumore di una chiave che girava in una grossa serratura, la porta si aprì lenta e cigolante e per un attimo nella soffitta cadde una lunga striscia di luce. Bastiano scivolò dentro, poi la porta si richiuse con rumore.


Bastiano guardò il libro.
"Mi piacerebbe sapere", mormorò fra sé, "che diavolo c'è in un libro fintanto che è chiuso.
Naturalmente ci sono dentro soltanto le lettere stampate sulla carta, però qualche cosa ci deve pur essere dentro, perché nel momento in cui si comincia a sfogliarlo, subito c'è di colpo una storia tutta intera. Ci sono personaggi che io non conosco ancora e ci sono tutte le possibili avventure e gesta e battaglie, e qualche volta ci sono delle tempeste di mare oppure si arriva in paesi e città lontani. Tutte queste cose in qualche modo sono già nel libro. Per viverle bisogna leggerlo, questo è chiaro. Ma dentro ci sono fin da prima. Vorrei proprio sapere come."
E d'improvviso si sentì avvolgere da un'atmosfera quasi solenne.
Si sistemò comodamente, afferrò il libro, aprì la prima pagina e cominciò a leggere.

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Da Lilli del Libris e la biblioteca magica.

(di J. Gaarder e K. Hagerup)

Jostein Gaarder, Oslo 8 agosto 1952 Klaus Hagerup, Oslo 5 maggio 1946 Lilli si è messa a camminare lungo una delle pareti e ha preso un libriccino da uno scaffale. Era scritto da un certo Simen Skjønsberg, e il titolo era L'orrendo piacere.
Epistole sui misteri della lettura. Ha invitato Nils a leggere il retro di copertina; Nils si è schiarito la voce due volte, e ha letto:
Cammino lungo gli scaffali della biblioteca. I libri mi voltano la schiena. Non in modo ostile, ma invitante, come a volersi presentare. Metri e metri di libri che non riuscirò mai a leggere. E lo so: è vita che mi si offre, in aggiunta alla mia, che sta lì ad aspettare solo di essere sperimentata. Ma con la velocità con cui scompaiono i giorni, le possibilità rimangono inutilizzate. Uno solo di questi libri basterebbe a cambiarmi la vita. Chi sono adesso? Chi sarei dopo?


Mentre ero in cantina con Berit, Lilli de Libris e Mario Bresani è successo una specie di prodigio. Per la prima volta nella mia vita ho capito cos'è un libro. Un libro è un mondo magico pieno di piccoli segni, in cui i morti possono tornare in vita e i vivi possono vivere in eterno. È incredibile, fantastico e 'magico' che le lettere dell'alfabeto possano formare così tante combinazioni da riempire enormi scaffali di libri e aprirci un mondo che non ha mai fine, e che continuerà a crescere e a espandersi finché ci saranno uomini sulla Terra.
Ho guardato su e giù lungo le pareti, e per un attimo mi è sembrato che tutti i libri ricambiassero il mio sguardo. Sì, proprio come se fossero vivi, e gridassero: "Vieni da noi! Non avere paura! Vieni!"
Di colpo mi è venuta una fame tremenda. Non di cibo, ma di tutte le parole nascoste in questi scaffali. Ma sapevo che tutto quello che fossi riuscito a leggere nel corso della mia vita, sarebbe stato solo un miliardesimo di tutto ciò che è stato scritto. Perché ci sono tante parole al mondo quante stelle nel cielo, e diventano sempre di più, e si espandono come uno spazio infinito. Nello stesso tempo sapevo anche che ogni volta che apro un libro posso vedere un angolo di cielo, e ogni volta che leggo una nuova frase conosco qualcosa più di prima. E tutto quello che leggo rende il mondo più grande, mentre contemporaneamente io stesso allargo i miei orizzonti. In un flash avevo guardato dentro il fantastico, magico mondo dei libri.
Per questo sono rimasto spiazzato quando Lilli de Libris ha detto: " Non avete ancora visto la biblioteca magica".
" Sì invece " mi è scappato. " L'abbiamo appena vista. Grazie mille".
Lei mi ha sorriso. "Solo la stanza esterna, ragazzo mio. La stanza di ciò che è già stato creato".
"Ci sono altre stanze?" abbiamo sussurrato all'unisono io e Berit.
" Sì " ha detto Lilli e ci ha guardato con uno sguardo curioso e insieme triste, come se cercasse di leggere i nostri pensieri e fosse dispiaciuta di non riuscirci. "C'è una stanza interna. Una stanza per ciò che sarà creato. La stanza delle possibilità".
Dalla faccia di Berit sembrava quasi che avesse capito:
"Vuoi dire che...?"
Lilli de Libris ha annuito. Poi ha fatto cenno a Mario Bresani, che si è alzato ed è andato all'enorme armadio dietro la scrivania, quello senza sportelli di vetro. Ha tirato fuori una chiave e ha aperto. Non era un armadio! Era una porta: l'ingresso della stanza più interna.
"Venite" ha detto Lilli. "Entriamo".

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Da Una solitudine troppo rumorosa.

(di B. Hrabal)

Bohumil Hrabal, Brno, 28 marzo 1914 - Praga, 3 febbraio 1997 Da trentacinque anni presso carta vecchia e in questi anni i raccoglitori mi hanno gettato in magazzino tanti libri che se avessi tre granai sarebbero pieni. Quando finì quella seconda guerra mondiale, qualcuno gettò vicino alla mia pressa meccanica un cestino di libri, e quando mi fui calmato e aprii uno di quei ninnoli, vidi il timbro della regia biblioteca prussiana, e quando il giorno dopo dal tetto calarono in magazzino quei libri rilegati in pelle e l'aria luccicava di margini dorati e di scritte, corsi di sopra e li stavano due ragazzi e io spremetti da loro che da qualche parte c'era un granaio e che là nella paglia c'erano tanti libri da far girar la testa. Così andai dal bibliotecario militare e nei campi trovammo non uno, ma tre granai pieni della Regia biblioteca prussiana, e così dopo esserci deliziati concludemmo le trattative, e poi le auto militari una dopo l'altra e per un'intera settimana trasportarono a Praga in un'ala del ministero degli esteri quei libri, affinché quando i tempi si fossero calmati la biblioteca ritornasse nuovamente là da dove era stata portata, ma qualcuno tradì quel sicuro nascondiglio e la Regia biblioteca prussiana fu dichiarata bottino di guerra e così i camions riportarono nuovamente i libri rilegati in pelle e coi margini dorati e le scritte alla stazione e lì quei libri furono caricati su vagoni scoperti e piovve e diluviò tutta la settimana, e quando l'ultimo camion ebbe portato l'ultimo libro il treno si mosse dentro il diluvio e dai vagoni scoperti gocciolava acqua dorata mescolata a fuliggine e a inchiostro nero tipografico e io ero appoggiato a una pompa e sbigottii per quello di cui ero testimone, quando l'ultimo vagone sparì nella giornata piovosa, sul volto la pioggia mi si mescolò alle lacrime.


"Una noce di Cenerentola è la mia testa, alla quale i capelli sono bruciati e io so come dovevano essere ancor più belli i tempi in cui tutto il pensiero era iscritto soltanto nella memoria umana, quella volta se qualcuno avesse voluto pressare libri avrebbe dovuto pressare teste umane, ma anche questo non sarebbe servito a nulla, perché i pensieri veri provengono da fuori, accanto all'uomo sono come tagliolini in una gavetta, sicché i (Koniàs) censori di tutto il mondo vanamente bruciano libri, e quando quei libri hanno registrato qualcosa che vale si sente solo la risata silenziosa dei libri bruciati, perché un libro come si deve rimanda sempre altrove e fuori".


Da trentacinque anni lavoro alla carta vecchia ed è la mia love story. Da trentacinque anni presso carta vecchia e libri, da trentacinque anni mi imbratto con i caratteri, sicché assomiglio alle enciclopedie, delle quali in quegli anni avrò pressato sicuramente trenta quintali, sono una brocca piena di acqua viva e morta, basta inclinarsi un poco e da me scorrono pensieri tutti belli, contro la mia volontà sono istruito e così in realtà neppure so quali pensieri sono miei e provengono da me e quali li ho letti.


...in questi trentacinque anni mi sono connesso con me stesso e col mondo intorno a me, perché io quando leggo in realtà non leggo, io infilo una bella frase nel beccuccio e la succhio come una caramella, come se sorseggiassi a lungo un bicchierino di liquore, finché quel pensiero in me si scioglie come alcool, si infiltra dentro di me così a lungo che mi sta non soltanto nel cuore e nel cervello, ma mi cola per le vene fino alle radicine dei capillari. Così in un solo mese presso in media venti quintali di libri. Così contro la mia volontà sono diventato saggio e sto adesso accertando che il mio cervello è fatto di pensieri lavorati dalla pressa meccanica, di pacchi d'idee.


Per trentacinque anni ho pressato carta vecchia, e se dovessi nuovamente scegliere, allora non vorrei di nuovo fare nient'altro che quello che ho fatto in quei trentacinque anni.


"...io, che vivo in un paese in cui quindici generazioni sanno leggere e scrivere, io bevo per non dormire mai più a causa della lettura, perché la lettura mi faccia venire il tremito...attraverso i libri e dai libri ho appreso che i cieli non sono affatto umani e che un uomo che sa pensare, anche lui non è umano.


"E io dalle falde della montagna mi raggomitolo come Adamo nel cespuglio, con un libro in mano apro gli occhi su un mondo diverso da quello dove appunto stavo, perché io quando incomincio a leggere sto proprio altrove, sto nel testo, io mi meraviglio e devo colpevolmente ammettere di essere davvero stato in un sogno, in un mondo più bello, di essere stato nel cuore stesso della verità".

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Da Il viaggiatore notturno.

(di M. Maggiani)

Maurizio Maggiani, Castelnuovo Magra 1951 C'è stato un tempo, quando ero un ragazzo, in cui non riuscivo a trovare niente di meglio da fare che mettermi da qualche parte a leggere romanzi.
È stato un tempo assai lungo e ho letto centinaia di libri.


Lì, accucciato sulla scomoda poltrona della zia Iside, ho letto i libri più belli della mia vita. Non ricordo di aver mai più provato quella sensazione di totale e assoluta fiducia con cui mi piazzavo in grembo un libro cercando con le dita lo spessore della piega lasciata sull'ultima pagina del giorno prima.
Si trattava di romanzi, per lo più. Di ogni genere e qualità, perché già allora ero un pessimo selezionatore.
Mi sono piaciuti davvero tutti.
Qualcuno però mi è piaciuto così tanto che non ha mai smesso di piacermi.

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Da L'anarchia 'on se pò dì.

(di M. Maggiani)

Maurizio Maggiani, Castelnuovo Magra 1951 Per me le biografie sono importanti. Dirò meglio: non c'è opera che sia giustificata se non dalla biografia. Si dice per esempio: uno scrittore è sempre peggio della sua opera, oppure un'opera è sempre meglio del suo autore, e questa è una maledizione a cui non mi voglio sottoporre. Io credo che le biografie contino, che la vita conti, credo che io debba rendere conto della mia vita, alla storia, a un dio se credo in un dio, agli occhi di chi si ama, dei fratelli, dei compagni, agli occhi del mondo intero e di chiunque, in qualche modo, possa venire in contatto con le mie opere. Ieri sera ho visto un film propedeutico a questo incontro: Truman Capote - A sangue freddo. Capote è un grande scrittore che conosciamo per il romanzo A sangue freddo, la storia di due condannati a morte per un pluriomicidio; Truman Capote li ha seguiti per anni, li ha intervistati, ha vissuto con loro, ha inventato uno stile letterario e alla fine ne è uscito un grande romanzo-documento. Ma il punto è che non sarebbe stato un grande romanzo se la Corte Suprema degli Stati Uniti avesse concesso la grazia a questi due condannati a morte. Truman Capote non ha fatto nulla, non ha speso un centesimo delle molte migliaia di dollari che possedeva per trovare un grande avvocato che perorasse la causa di questi due condannati.
Secondo me Truman Capote è un uomo indegno, e siccome è un uomo indegno è anche uno scrittore indegno.
Non faccio distinzione tra opera e autore, tra opera e scrittore, e questo vale anche per ogni altro uomo rispetto a qualunque altro tipo di lavoro... Le biografie contano. Sono le vite che producono felicità, tristezza, vita o morte, che producono futuro o uccidono presente. Sono le vite, innanzitutto le nostre vite. È delle nostre vite che dobbiamo rendere conto, ed è attraverso le vite che noi cogliamo il senso della storia, e non attraverso le opere; innanzitutto attraverso le vite. Io ho scarsa fiducia nella forza di salvezza e di redenzione del sapere o perlomeno del sapere calligrafico. Ho scarsa fiducia nei libri, non dico che non esista quel tipo di sapere e anzi, so che è essenziale e non potrei farne a meno, ma la prima, più solida, importante e ineludibile forma di conoscenza, è la mia vita che si incontra con altre vite.

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Libri.

(di A. Merini)

Alda Merini, Milano 21 marzo 1931 – Milano 1º novembre 2009 I libri li ho abbandonati perché sono stati i più bei compagni della vita, più forti dell'amore, più forti del sentimento, più forti forse anche dei figli.

Ho lasciato i miei uomini per i libri perché dovevo diventare una grande autrice e questo imperativo mi era categorico. Non è che fossi ambiziosa, ero semplicemente una persona con la vocazione per lo scrivere, che voleva veder stampate le dita incorporee dei libri.

Le dita dei libri sono molto carezzevoli, le sentono i poeti che a loro volta sono amati dai libri che creano. Se poi li seguiranno non si sa, i libri sono tanti figli che vanno per la loro strada e che sposano tante altre persone.

Si diventa madre di una selva di lettori da cui poi uscirà il nuovo genio.

Tu speri in questo, ma hai anche paura di doverti fronteggiare con lui.

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Da Come un romanzo.

(di D. Pennac)

Daniel Pennac (Daniele Pennacchioni), Casablanca 1 dicembre 1944 Sì, ma a quale dei miei impegni rubare quest'ora di lettura quotidiana? Agli amici? Alla tivù? Agli spostamenti? Alle serate in famiglia? Ai compiti?
Dove trovare il tempo per leggere?
Grave problema.
Che non esiste.
Nel momento in cui mi pongo il problema del tempo per leggere, vuol dire che quel che manca è la voglia. Poiché, a ben vedere, nessuno ha mai tempo per leggere. Né i piccoli, né gli adolescenti, né i grandi. La vita è un perenne ostacolo alla lettura.
"Leggere? Vorrei tanto, ma il lavoro, i bambini, la casa, non ho più tempo..."
"Come la invidio, lei, che ha tempo per leggere!"
E perché questa donna, che lavora, fa la spesa, si occupa dei bambini, guida la macchina, ama tre uomini, frequenta il dentista, trasloca la settimana prossima, trova tempo per leggere e quel casto scapolo che vive di rendita, no?
Il tempo per leggere è sempre tempo rubato. (Come il tempo per scrivere, d'altronde, o il tempo per amare.)
Rubato a cosa?
Diciamo, al dovere di vivere.
E' forse questa la ragione per cui la metropolitana - assennato simbolo del suddetto dovere - finisce per essere la più grande biblioteca del mondo.
Il tempo per leggere, come il tempo per amare, dilata il tempo per vivere.


L'intimità perduta...
A ripensarci in quest'inizio di insonnia, il rituale della lettura, ogni sera, ai piedi del suo letto, quando era piccolo - orario fisso e gesti immutabili - aveva qualcosa della preghiera.
Quell'improvviso armistizio dopo il frastuono della giornata, quell'incontro al di là di ogni contingenza, quel momento di silenzio raccolto che precede le prime parole del racconto, la nostra voce finalmente identica a se stessa, la liturgia degli episodi... Sì, la storia letta ogni sera assolveva la più bella funzione della preghiera, la più disinteressata, la meno speculativa, e che concerne solamente gli uomini: il perdono delle offese. Non confessavamo nessun peccato, non cercavamo di conquistarci nessuna fetta di eternità, era un momento di comunione, tra di noi, l'assoluzione del testo, un ritorno all'unico paradiso che valga: l'intimità. Senza saperlo, scoprivamo una delle funzioni essenziali del racconto e più in generale dell'arte, che è quella di imporre una tregua alla lotta degli uomini.
L'amore ne usciva rinato.
Era gratis.


In argot francese leggere si dice ligoter, che vuole anche dire "incatenare".
Nel linguaggio figurato un grosso libro è un mattone. Sciogliete quelle catene e il mattone diventerà una nuvola.

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Da Il libro dell'inquietudine.

(di F. Pessoa)

Fernando António Nogueira Pessoa, Lisbona 13 giugno 1888 - Lisbona 30 novembre 1935 "Sono, in grande parte, la prosa stessa che scrivo. Mi snodo in periodi e paragrafi, mi trasformo in punteggiatura e, nella sfrenata disposizione delle immagini, come i bambini mi maschero da re con carta di giornale; oppure, ritmando una successione di parole, mi acconcio come i pazzi con fiori secchi che sono freschi solo nei miei sogni."

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Da Firmino. Avventure di un parassita metropolitano.

(di S. Savage)

Sam Savage, Camden 1940 Quando la gente mi chiede di rievocare qualche momento della mia infanzia, tiro fuori sempre quella storia lì, solo per far vedere che eravamo come tutti gli altri.
E' inutile dire che l'arrivo di quella carta fresca, su cui nessuno aveva fatto cacca e pipì, non giovò a placare il mio appetito, e dovetti far piazza pulita di interi capitoli prima di riuscire a reggermi sulle quattro zampe e, a passi incerti, avventurarmi fuori dal nostro angolo buio verso quella baluginante immensità. Sono convinto che le pagine rimasticate mi abbiano fornito il nutrimento di base - e forse persino furono la causa diretta - di quel che, con una certa modestia, potrei definire il mio sviluppo mentale fuori dal comune. Pensate: la storia del mondo in quattro parti, frammenti di filosofia, psicoanalisi, linguistica, astronomia, astrologia, centinaia di fiumi, canzoni popolari, la Bibbia, il Corano, la Bhagavad-Gità, il Libro dei Morti, la Rivoluzione francese, la Rivoluzione russa, centinaia di insetti, segnali stradali, annunci pubblicitari, Kant, Hegel, Swedenborg, fumetti, filastrocche, Londra e Tessalonica, Sodoma e Gomorra, la storia della letteratura, la storia dell'Irlanda, accuse di crimini indicibili, confessioni, dinieghi, migliaia di giochi di parole, decine di lingue, ricette, barzellette sporche, malattie, nascite, esecuzioni... Tutto questo, e ancor di più, ho incamerato nel mio corpo. Incamerato, l'ammetto, prima di essere pronto. Ho un ricordo vivido, persino viscerale, di me stesso da giovane raggomitolato in un angolo buio sul letto di brandelli di carta (i miei futuri pasti), mentre serro l'addome dilatato sino all'inverosimile, gemendo di dolore. Oh, che dolore! Crampi infiniti, sempre più dolorosi, che si scavavano una strada a morsi torcendomi le viscere tremanti.
Ancora adesso mi sembra incredibile che queste agonie ricorrenti non mi abbiano convinto, una volta per tutte, a farla finita. Com’è evidente, non è accaduto. Dovevo solo aspettare che il dolore passasse prima di ricominciare, e talvolta non riuscivo nemmeno ad attendere così a lungo.
Ridacchiare? Presumo che voi consideriate il mio, semplicemente, un volgare caso di dipendenza o forse una miserevole manifestazione di un classico disturbo mentale ossessivo-compulsivo. Potreste avere ragione. Tuttavia il concetto di dipendenza non è adeguato, né abbastanza profondo, per descrivere questo tipo di fame, che io chiamerei piuttosto amore. Agli albori forse, persino perverso, non corrisposto di sicuro, ma comunque amore. Così ebbe inizio l’agglutinata passione che ha dominato la mia vita; qualcuno potrebbe dire rovinato, e io potrei anche concordare. Se fossi stato più furbo, forse nei terrificanti dolori addominali che seguivano la pratica di quella passione, nella sua forma ancora infantile, avrei potuto riconoscere un ammonimento, il presagio delle interminabili sofferenze che sempre accompagnano l’amore, a quanto pare.
Mangiato tutti i giorni – o, nel mio caso, quasi di continuo, se si considera il successivo schioccare di labbra dovuto alla pellicola appiccicosa residua -, persino il piatto più delizioso viene a noia. Mi vergogno a dirlo, ma con il passare del tempo il Grande Libro andò perdendo inevitabilmente il suo fascino, diventando sempre più insipido, insignificante, poco più che cartastraccia. Bisognava che cambiassi dieta. Tra l’altro, mi ero stancato delle legnate.
Così, un giorno decisi di dare un po’ di tregua alla mia famiglia e me ne andai a masticare tra i libri accatastati. La prima volta che mi avventurai fuori dalla tana era una domenica mattina. Il negozio di sopra era chiuso e quel po’ di rumore che giungeva dalla Piazza, ancora poco trafficata, si mescolava, armonioso e distante, al variegato russare della mia famiglia intontita di sonno. Sgattaiolando lungo il passaggio che conduceva dalla nostra casetta alla grande stanza immersa in quella sua luce tremula, con il naso incollato al pavimento, la prima cosa in cui m’imbattei fu proprio il Grande Libro, o quel che rimaneva di esso, squadernato a terra. Lo riconobbi all’istante dall’odore. Inalato in quella forma plurifogli, concentrata in centinaia di pagine compatte, mi provocò un po’ di nausea. La forza d’urto della genialità. Alzai lo sguardo verso i libri rimasti nello scaffale in basso, da cui Mamma lo aveva estratto, e scoprii che mi risultava piuttosto facile decifrare i titoli.
Evidentemente, già a quella tenera età, soffrivo di ipertrofia lessicale, dote dalle conseguenze catastrofiche che, da allora, ha contribuito così tanto ad alterare e guastare il corso di quel che sarebbe potuta essere altrimenti una vita del tutto ordinaria. Sopra quel gruppo di scaffali c’era un cartello vergato a mano con su scritta la parola NARRATIVA e una freccia azzurra, rudimentale, che indicava dritto verso il basso. Esplorando più a fondo la stanza, durante i giorni e le settimane successive, m’imbattei in altri cartelli che dicevano: STORIA, RELIGIONE, PSICOLOGIA, SCIENZE, OCCASIONI, BAGNO.
Anche se il desiderio insaziabile che mi spingeva fuori da quel mio angolo confortevole verso il vasto mondo non era ancora fame di conoscenza, ritengo che quel periodo abbia contribuito in modo decisivo all’avvio della mia formazione. Cominciai con gli scaffali più vicini, quelli sotto NARRATIVA, leccando, spiluccando, assaporando e infine mangiando, talvolta lungo i bordi, ma di solito, quando riuscivo a sollevare le copertine, dritto in mezzo al libro come un trapano. Le mie favorite erano le edizioni della Modern Library e, quando potevo, sceglievo sempre una di esse, forse per via del logo: un corridore con una torcia.
Talora, ho persino immaginato me stesso come un Corridore con una Torcia. Oh, che libri ho scoperto nell’ebbrezza di quei primi giorni! Ancora oggi declamarne semplicemente i titoli mi fa venire le lacrime agli occhi. Declamali, allora, pronunciali pian piano, ad alta voce, e lascia che ti spezzino il cuore. Oliver Twist, Le avventure di Huckleberry Finn; Il grande Gatsby; Anime morte; Middlemarch; Alice nel Paese delle Meraviglie; Padri e figli; Furore; Così muore la carne; Una tragedia americana; Peter Pan; Il rosso e il nero; L’amante di Lady Chatterley.
All’inizio mi avventavo senza andare troppo per il sottile, in modo indifferenziato, abbandonandomi a un’orgia insaziabile – un boccone di Faulkner era come un boccone di Flaubert, per quel che mi riguardava. Ma presto cominciai a notare delle sottili differenze. Notai, prima di tutto, che ogni libro aveva un sapore diverso: dolce, amaro, aspro, agrodolce, rancido, salato, agro. Notai, anche, che ciascun gusto – e, con il passare del tempo e l’acuirsi dei sensi, il sapore di ciascuna pagina, frase e infine parola – portava con sé e suscitava nella mente un insieme di immagini e rappresentazioni di cose di cui non sapevo nulla a causa della mia limitata esperienza del mondo cosiddetto “reale”: grattacieli, porti, cavalli, cannibali, un albero in fiore, un letto disfatto, una donna annegata, un ragazzo volante, una testa mozzata, braccianti che alzano lo sguardo al verso di un idiota che urla, il fischio di un treno, un fiume, una zattera, il sole che filtra obliquo in un bosco di betulle, una mano che accarezza una coscia nuda, una capanna nella giungla, un monaco che muore.
All’inizio mangiavo lasciandomi guidare solo e soltanto dal gusto, rosicchiando e masticando dimentico.

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Da A voce alta.

(di B. Schlink)

Bernhard Schlink, Bielefeld 6 luglio 1944 Fu con l'"Odissea" che cominciai.
Lessi registrando su cassette.
Più avanti lessi ad Hanna quel che stavo leggendo per conto mio. All'inizio, con l'"Odissea", non mi riuscì così facile registrare come leggendo ad alta voce per me, visto che richiedeva maggiore concentrazione. Poi tutto filò liscio. L'inconveniente era che per leggere ad alta voce ci voleva più tempo; ma in compenso quel che leggevo mi si fissava meglio nella memoria. Ancor oggi ricordo molto bene parecchie cose.
Leggevo anche quel che già conoscevo e amavo. Per parecchio tempo non osai leggere delle poesie, ma poi la cosa mi divertì moltissimo. E così, leggendo ad alta voce, imparai a memoria tutta una serie di poesie. Potrei recitarle ancor oggi.
Quando cominciai a scrivere cose mie, le lessi anche queste. Aspettavo di aver dettato il manoscritto e rimaneggiato il dattiloscritto fino al punto in cui avevo la sensazione che fosse finito. Leggendo ad alta voce mi rendevo poi conto se quella sensazione reggeva. Se non era così, dovevo mettermi a rifare tutto e registrare la nuova versione sulla vecchia.
Solo dopo potevo spedire il dattiloscritto all'editore.
Il quarto anno di questo nostro rapporto, tanto ricco quanto parco di parole, arrivò un saluto.
"Ragazzino, l'ultima storia era molto bella. Grazie. Hanna".
Era un foglio a righe, una pagina staccata da un quaderno e rifilata con le forbici. Il saluto stava in cima al foglio e riempiva tre righe. Era scritto con una biro blu, che sbavava. Hanna aveva premuto con forza la penna, tanto che la scrittura si vedeva ricalcata sul retro. Anche l'indirizzo l'aveva scritto a viva forza; l'impronta si leggeva sulla metà inferiore e su quella superiore del foglio piegato in due.
A prima vista si poteva pensare che fosse una calligrafia infantile. Ma ciò che nella scrittura dei bambini è impacciato e maldestro, lì era invece forzato, violento. Si vedeva la resistenza che Hanna doveva vincere per combinare i tratti in lettere e le lettere in parole.
La mano del bambino vuol svolazzare qua e là, per cui bisogna tenerla nella scia della scrittura. La mano di Hanna non voleva divagare e doveva pertanto esser costretta in anticipo. I tratti che formavano le lettere ripartivano di volta in volta, nelle linee ascendenti e nelle discendenti, negli archi e nei fiocchi. E ogni singola lettera era una nuova conquista e aveva una nuova inclinazione o una nuova dirittura, spesso anche altezza e larghezza sproporzionate.
Lessi il saluto ed ero pieno di gioia, esultavo. "Scrive, sa scrivere!".
Tutto quel che ero riuscito a trovare sull'analfabetismo, l'avevo letto in quegli anni. Sapevo dello stato d'abbandono in cui si trova l'analfabeta mentre svolge le normali faccende di ogni giorno, quando cerca una strada o un indirizzo, quando deve scegliere sul menu di un ristorante, e sapevo della meticolosità timorosa con cui segue dei modelli prestabiliti e delle routine rassicuranti, come sapevo dell'energia che richiede il tener nascosta l'incapacità di leggere e scrivere, vitalità sottratta alla vita vera e propria. Analfabetismo significa minorità. E siccome Hanna aveva avuto il coraggio d'imparare a leggere e scrivere, aveva compiuto il passo dalla minore alla maggiore età, un passo illuminante, illuminista.
Poi guardai bene la scrittura di Hanna e vidi quanta forza e quale lotta le era costato scrivere. Ero fiero di lei. Ma anche triste per lei, intristito da una vita ritardata e mancata, e triste per tutti i ritardi e le mancanze della vita. Pensavo che se il momento giusto è passato, se hai negato troppo a lungo qualcosa, se ti è stato negato troppo a lungo qualcosa, è ormai troppo tardi perfino se alla fine parti con forza e con gioia. O forse non esiste un "troppo tardi" perché c'è solo un "tardi", e "tardi" è sempre meglio che "mai". Non lo so.
Dopo quel primo saluto giunsero gli altri, in costante successione. Erano sempre poche righe, un grazie, una richiesta di poter ascoltare qualcosa in più di quell'autore o di non voler sentire più niente di lui, un'osservazione su un autore o una poesia o una storia o un personaggio di un romanzo, una nota sulla vita in carcere. "In cortile stanno già fiorendo le forsizie" oppure "Mi piace che quest'estate ci siano così tanti temporali" oppure "Dalla finestra vedo radunarsi gli uccelli per partire verso sud". Spesso erano solo i messaggi di Hanna che mi facevano notare le forsizie, i temporali estivi o gli stormi d'uccelli.

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Da L'ombra Del Vento.

(di C.R. Zafón)

Carlos Ruiz Zafón, Barcellona, 25 settembre 1964 "Su, Daniel, vestiti. Voglio mostrarti una cosa" disse.
"Adesso? Alle cinque del mattino?"
"Ci sono cose che si possono vedere solo al buio" rispose, sfoderando un sorriso enigmatico che doveva aver preso in prestito da un romanzo di Dumas.
Per strada si udivano solo i passi di qualche guardia notturna. I lampioni delle ramblas impallidivano accompagnando il pigro risveglio della città, pronta a disfarsi della sua maschera di colori slavati. All'altezza di calle Arco del Teatro svoltammo in direzione del Raval, passando sotto l'arcata avvolta nella foschia, e percorremmo quella stradina simile a una cicatrice, allontanandoci dalle luci delle ramblas mentre il chiarore dell'alba cominciava a disegnare i contorni dei balconi e dei cornicioni delle case. Mio padre si fermò davanti a un grande portone di legno annerito dal tempo e dall'umidità. Di fronte a noi si ergeva quella che a me parve la carcassa di un palazzo, un mausoleo di echi e di ombre.
"Daniel, quello che vedrai oggi non devi raccontarlo a nessuno. Neppure al tuo amico Tomás. A nessuno."
Ci aprì un ometto con la faccia da uccello rapace e i capelli d'argento. Il suo sguardo si posò su di me, impenetrabile.
"Buongiorno, Isaac. Questo è mio figlio Daniel" disse mio padre. "Presto compirà undici anni, e un giorno manderà avanti il negozio. Ha l'età giusta per conoscere questo posto."
Isaac ci invitò a entrare con un lieve cenno del capo. Dall'atrio, immerso in una penombra azzurrina, si intravedevano uno scalone di marmo e un corridoio affrescato con figure di angeli e di creature fantastiche. Seguimmo il guardiano fino a un ampio salone circolare sovrastato da una cupola da cui scendevano lame di luce. Era un tempio tenebroso, un labirinto di ballatoi con scaffali altissimi zeppi di libri, un enorme alveare percorso da tunnel, scalinate, piattaforme e impalcature: una gigantesca biblioteca dalle geometrie impossibili.
Guardai mio padre a bocca aperta e lui mi sorrise ammiccando.
"Benvenuto nel Cimitero dei Libri Dimenticati, Daniel."
Sui ballatoi e sulle piattaforme della biblioteca scorsi una dozzina di persone. Alcune si voltarono per salutarci: riconobbi alcuni colleghi di mio padre, librai antiquari come lui. Ai miei occhi di bambino, erano una confraternita di alchimisti che cospirava all'insaputa del mondo. Mio padre si chinò su di me e, guardandomi negli occhi, mi parlò con il tono pacato riservato alle promesse e alle confidenze.
"Questo luogo è un mistero, Daniel, un santuario. Ogni libro, ogni volume che vedi possiede un'anima, l'anima di chi lo ha scritto e di coloro che lo hanno letto, di chi ha vissuto e di chi ha sognato grazie a esso. Ogni volta che un libro cambia proprietario, ogni volta che un nuovo sguardo ne sfiora le pagine, il suo spirito acquista forza. Molti anni fa, quando mio padre mi portò qui per la prima volta, questo luogo era già vecchio, quasi come la città. Nessuno sa con certezza da quanto tempo esista o chi l'abbia creato. Ti posso solo ripetere quello che mi disse mio padre: quando una biblioteca scompare, quando una libreria chiude i battenti, quando un libro viene cancellato dall'oblio, noi, i custodi di questo luogo, facciamo in modo che arrivi qui. E qui i libri che più nessuno ricorda, i libri perduti nel tempo, vivono per sempre, in attesa del giorno in cui potranno tornare nelle mani di un nuovo lettore, di un nuovo spirito. Noi li vendiamo e li compriamo, ma in realtà i libri non ci appartengono mai. Ognuno di questi libri è stato il miglior amico di qualcuno. Adesso hanno soltanto noi, Daniel. Pensi di poter mantenere il segreto?"
Il mio sguardo si smarrì nell'immensità di quel luogo, nella sua luce fatata. Annuii e mio padre sorrise.
"E sai qual è la cosa più bella?"
Scossi la testa in silenzio.
"La tradizione vuole che chi viene qui per la prima volta deve scegliere un libro e adottarlo, impegnandosi a conservarlo per sempre, a mantenerlo vivo. E una grande responsabilità, una promessa" spiegò mio padre. "Oggi tocca a te."
Mi aggirai in quel labirinto che odorava di carta vecchia, polvere e magia per una mezzora. Lasciai che la mia mano sfiorasse il dorso dei libri disposti in lunghe file sugli scaffali, affidando la mia scelta al tatto. Tra titoli ormai illeggibili, scoloriti dal tempo, notai parole in lingue conosciute e in decine d'altre che non riuscivo a identificare. Vagai lungo gallerie e ballatoi riempiti da centinaia, migliaia di volumi che davano l'impressione di sapere di me molto più di quanto io sapessi di loro. Mi balenò in mente il pensiero che dietro ogni copertina si celasse un universo da esplorare e che, fuori di lì, la gente sprecasse il tempo ascoltando partite di calcio e sceneggiati alla radio, paga della propria mediocrità. Non so dire se dipese da queste riflessioni, dal caso o dal suo parente nobile, il destino, ma in quell'istante ebbi la certezza di aver trovato il libro che avrei adottato, o meglio, il libro che avrebbe adottato me. Sporgeva timidamente da un ripiano, rilegato in pelle color vinaccia, col titolo impresso sul dorso a caratteri dorati. Accarezzai quelle parole e le lessi in silenzio. JULIAN CARAX "L'ombra del vento".

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pagina aggiornata in data 26/04/2010