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Dillo col Rap di
FRANKIE HI-NRG MC.

Il Rap, un testo pronunciato ritmicamente su una base musicale ostinata e generalmente basato su tematiche sociali trattate in termini perentori di denuncia e disobbedienza, è arrivato da anni anche in Italia.
FRANKIE HI-NRG MC (www.geocities.com/soho/2834/), è uno degli esponenti più conosciuti del Rap italico (anche se, pare, abbia realizzato solo 2 dischi).
Di seguito alcuni suoi testi, mai come oggi così opportuni...

Indice.

Da "Verba manent" (1993):

Da "La morte dei miracoli" (1998):

Potere alla parola.

Rap parola in effetto coacervo di metafore che esprimono un concetto assoluto e perfetto, un colpo diretto assestato al sistema dal profondo del ghetto spirituale in cui voglion relegarci ad affogare in quel mare di chiacchiere impastate solo di quella morale falsa e opportunista che usa la censura come arma di difesa e spara a vista su quanti - credimi non tanti - rifiutano ogni forma di controllo messa in atto dai potenti, dai signori che controllan l'opinione, da quelli che correggono le bozze del copione chiamato informazione in scena tutti i giorni sugli schermi di un' intera nazione... Questo è il veleno che ci vogliono inoculare, non esiste antidoto è la morte mentale, opponi resistenza non farti plagiare se non ti vuoi ridurre in uno stato terminale nella stasi comatosa di chi è incapace di pensare e preferisce lamentarsi se qualcosa gli va male. Agire, pensare, parlare, esplorare ogni capanna del villaggio globale, spalancare le finestre alla comunicazione personale, aprire il canale universale, dare fondo all'arsenale di parole soffocate dalle ragnatele di un'intera generazione di silenzio, questo è ciò che penso, la vita è la mia scuola e do potere alla parola.

Soggetto, predicato, complementi, senza troppi complimenti come un pugno sopra ai denti, il silenzio è dei perdenti, muti e sorridenti, immunodeficienti agli attacchi dei potenti che spingono la massa a colpi di grancassa nel basso del fosso, sull'orlo del baratro sigillano il feretro del dialogo con chiodi di garofano, grida represse in un clamore afono e il megafono catodico raccoglie e amplifica chiacchiere diafane come ali di tafani che ronzano nell'afa del deserto culturale in mezzo ai ruderi di un epoca fatta di ideali mai raggiunti, vuoi per mancanza di costanza, vuoi di fortuna, vuoi di coraggio, vuoi cambiare cambia: questo è il momento di passare in vantaggio... Questo è il messaggio che ti sto indirizzando il crimine sonoro che sto perpetrando violando quel tacito codice incivile del silenzio da cui mi differenzio in quanto presenzio e sentenzio: ritmica la rima ossessiva e percussiva offensiva e persuasiva dirada la nebbia luminosa come il sole perché la lingua batte se la mente vuole...

Scruto l'orizzonte vedo un punto d'arrivo un traguardo e vado a rotta di collo inciampo e cado mi sbuccio le ginocchia ma non bado tiro il fiato mi rialzo mi tuffo e guardo la palude che ricopre quell'eldorado di ideali che sedimentati come fango ricoprono il fondo dello stagno in cui mi bagno, torbido e malsano si sa come è così, torbido e malsano ricettacolo di stimoli sopiti d'un passato ormai lontano sospesi in un limbo di silenzio inumano rotto dal vortice verbale che penetra sotto la pelle e fa male ma è giunto il tuo momento non stare a guardare dai, urla a squarciagola dai potere alla parola.

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Disconnetti il potere.

Televisione o teleinvasione, cattolica o catodica la nuova religione, cassone di parole e di figure in movimento spesso prive di emozione o di un qualunque sentimento: attento! Che l'incedere è deciso dell'ondata d'idiozie che s'infrange sopra al viso di chi spera, attende, dalle altrui labbra pende: o tiri su le maniche o cali la mutande!

Fiumi di parole, torrenti di eventi che lenti insidiano le menti delle genti rendendole impotenti, sterili e incoscienti, come salici piangenti in mezzo al turbine dei venti. E questa è la realtà: unica, tragica, storica, priva di retorica, figlia dell'America, isterica discarica di oniriche illusioni che ci appaion paradisi ma che invece son gironi infernali di emozioni artificiali, dove lacrime di gioia e di dolore sono uguali, banali, formali, sagome piatte, bidimensionali. Quinte di un teatro permanente, di un circo di fenomeni formato dalla ggente, secondo quella logica - appresa dai Latini - che il pane e gli spettacoli ci rendono agnellini, miti, passivi, inoffensivi, privi del bisogno d'accertarci d'esser vivi... Siamo cani sperimentali di Pavlov, la cui salivazione vien dalla televisione controllata, manipolata, pianificata, secondo il palinsasto che prevede la giornata: comincia dal mattino, fino alla sera, l'isterico pigiare delle dita sopra alla tastiera del telecomando, scettro esecrando, ora accelerando... ora rallentando... è lui che ci comanda in questa sarabanda di opinioni di fantocci, basta scegliere la banda: UHF, VHF, occasioni di beffe ce ne sono a bizzeffe... Basta! Ribellarsi è un dovere... Disconnetti il potere...

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Libri di sangue.

C'è chi la chiama intolleranza quest'ombra che avanza, che incalza, che aumenta di potenza: figlia di arroganza e di ignoranza, ragione di vita di chi ha perso la coscienza e crede ciecamente nella supremazia di una razza sulle altre: no, non è la mia questa visione della vita, e la partita non è vinta finché non è finita ed io l'ho appena cominciata. Una manciata di dadi è stata tirata e la valanga di facce numerate non si è ancora fermata, non si sa il risultato: c'han provato ha stabilirlo a priori chi è dentro e chi è fuori, chi è uno e chi è zero, chi è bianco e chi è nero! Ma questa è l'opinione di una parte, non è la più importante; è solo quella del più forte e non abbiamo scampo di fronte alla morte. Far come il gatto e il topo non è lo scopo di questo gioco di ruolo guidato da un master senza scrupoli, l'odio fra i popoli, i forti sui deboli; che sono abili a crearsi alibi indimostrabili, che accampano ragioni futili ma incontestabili, che negano tutti i diritti ai propri simili in nome di una giustizia propria degli uomini soltanto nella forma, non negli intenti: sei grosso? ti rispetto se no calci sui denti. Diversi nell'aspetto siam scritti in mille lingue... ma siamo libri di sangue...

Siamo libri di sangue, volumi di storia futura, diversa cultura ma identica natura: è inutile negarlo, questi sono i fatti, il prologo e l'epilogo uguali per tutti: farabutti, politici corrotti, uomini dotti, mafiosi, poliziotti; non c'è spazio per nessuna distinzione, siam tutti membri di una stessa nazione ZULU. E quando un uomo è nudo è nudo e nessuno può dire se quest'uomo sia buono o cattivo, figurati se importa poi come si vesta: una bestia in divisa resta una bestia, chiamata a tutelare i diritti di chi? è successo a brother Rodney King, colpevole del crimine di esser nato nero nella buia capitale dell'impero del denaro. Colpo su colpo, battuto come un polpo, legato, incaprettato e trascinato per lo scalpo: documentato, l'hanno filmato, pagine d'odio scritte sul selciato, vergate col sangue di un uomo innocente, impotente, che con quei bastardi no c'entrava niente... ma cara gente quotidianamente succede anche in italia, ma non si sente. Lentamente, inesorabilmente la sabbia del tempo ricopre la mente. Ogni giorno d'ogni mese d'ogni anno in tutto il mondo la violenza comanda le azioni di uomini e nazioni: sesso, razza, religioni, non mancano occasioni per odiare, ma dobbiamo ricordare che siamo libri di sangue...

Pagine e pagine e pagine di sentimenti, emozioni, decisioni, ripensamenti: fitte pagine scritte, anime trafitte dal dolore di sapere che c'è chi non vuol capire che fa male a sentirsi e vedersi diversi, costretti a inscenare una farsa perversa in questo universo di sole comparse percorso dall'odio: o fingi o sei perso! No, mi rifiuto di accettare questa logica contorta di chi non vuole amare ma vuole giudicare dalla copertina una persona: seduti in poltrona individui come questi governano il mondo e lo sfondo si riempie di morte e sconforto, il rapporto s'incrina..e inevitabilmente discendiamo la china. Già lunga è la lista di ottusi soprusi ma più passa il tempo più crescon gli abusi su donne umiliate dai capi d'azienda: sei "brava" c'hai il posto, se no alzi le tende! Su uomini nati lontano, troppo a sud per tendergli la mano: carcasse fumanti sui campi di sole, migliaia di gole gonfie di parole di dolore, spine nel cuore di quelli che vedon marcire i propri fratelli, popoli usati come merce di scambio: mi oppongo. A patti non scendo con questa realtà e non mi va... e non mi va... e non mi va che "patibolo" sia il titolo del nuovo capitolo che stiamo per scrivere: forza, capitelo! Usiamo più il cuore e un po' meno le spranghe, perché siam libri di sangue...

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Quelli che benpensano.

Sono intorno a noi, in mezzo a noi, in molti casi siamo noi a far promesse senza mantenerle mai se non per calcolo, il fine è solo l'utile, il mezzo ogni possibile, la posta in gioco è massima, l'imperativo è vincere - e non far partecipare nessun altro - nella logica del gioco la sola regola è esser scaltro: niente scrupoli o rispetto verso i propri simili perché gli ultimi saranno gli ultimi se i primi sono irraggiungibili. Sono tanti, arroganti coi più deboli, zerbini coi potenti, sono replicanti, sono tutti identici, guardali: stanno dietro a maschere e non li puoi distinguere. Come
lucertole s'arrampicano, e se poi perdon la coda la ricomprano. Fanno quel che vogliono si sappia in giro fanno: spendono, spandono e sono quel che hanno...

Sono intorno a me ma non parlano con me... Sono come me ma si sentono meglio...

...e come le supposte abitano in blisters full-optional, con cani oltre i 120 decibel e nani manco fosse Disneyland, vivon col timore di poter sembrare poveri: quel che hanno ostentano, tutto il resto invidiano, poi lo comprano, in costante escalation col vicino costruiscono: parton dal pratino e vanno fino in cielo, han più parabole sul tetto che S. Marco nel Vangelo... Sono quelli che di sabato lavano automobili che alla sera sfrecciano tra l'asfalto e i pargoli, medi come i ceti cui appartengono, terra-terra come i missili cui assomigliano. Tiratissimi, s'infarinano, s'alcolizzano e poi s'impastano su un albero - boom! - Nasi bianchi come Fruit of the Loom che diventano più rossi d'un livello di Doom...

Sono intorno a me ma non parlano con me... Sono come me ma si sentono meglio...

Ognun per se, Dio per se, mani che si stringono tra i banchi delle chiese alla domenica - mani ipocrite - mani che fan cose che non si raccontano altrimenti le altre mani chissà cosa pensano - si scandalizzano - Mani che poi firman petizioni per lo sgombero, mani lisce come olio di ricino, mani che brandiscon manganelli, che farciscono gioielli, che si alzano alle spalle dei fratelli. Quelli che la notte non si può girare più, quelli che vanno a mignotte mentre i figli guardan la tv, che fanno i boss, che compran Class, che son sofisticati da chiamare i NAS, incubi di plastica che vorrebbero dar fuoco ad ogni zingara ma l'unica che accendono è quella che da loro l'elemosina ogni sera, quando mi nascondo sulla faccia oscura della loro luna nera...

Sono intorno a me ma non parlano con me... Sono come me ma si sentono meglio...

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Accendimi...

Sono lo specchio alla cui immagine vorresti assomigliare, il vaso di Pandora che vorresti scoperchiare per entrarci dentro e restarvici rinchiuso, lontano da quel mondo in cui ti senti intruso ed invisibile. Dentro a un' automobile, fermo in un ingorgo ad uno svincolo, il tuo sguardo immobile appoggiato sopra al finestrino col calore oscilla ed un perfetto estraneo che manco t'assomiglia t'osserva: vuoto, occhi vuoti come fuochi spenti, la faccia di chi proprio non ha niente da dirti o da darti ti sfiora facendoti paura... ma è solo la tua immagine nel tuo retrovisore... Click! Pigiami il grilletto, per favore, ti proporrò un affare irrinunciabile: un biglietto sola andata di vacanza dalla tua coscienza, non ti sembra irresistibile? Pensa... Anzi lascia fare a me che me la cavo meglio, i cervelli li maneggio come voglio (è il mio ramo): io li squaglio e li modello coi miei pollici e loro alzano gli indici e poi ricominciamo. E già lo sai che con la pulsantiera in mano anche stasera avrai il potere di disporre tutti i cari a forma di famiglia vera, ti metterò a tacere l'alveare che c'hai in testa, e se sarai sincero e non farai più resistenza saprò ricompensarti, quindi adesso siediti ed ascolta attentamente quel che voglio dirti: non sono mica ordini, son solo dei consigli... Ed ora guarda un po' chi vive meglio...

Ti dico quel che vuoi, ti mostro come sei: accendimi la bocca e ti vedrai nel mondo nella scatola e vivere una favola potrai se resterai a casa senza uscire mai...

Sentito? Non ho finito: sono pratica e indolore ed il mio smercio è consentito, la dose media è libera, come la mia voce che è fatta di colori ed è per questo che ti piace! Io ti parlo agli occhi e tu rispondi spalancandoli, come fa un bambino quando tocca una girandola che gira di continuo: 24 ore al giorno tutto l'anno, e non ti prendo in giro, sono gli altri che lo fanno! Sondo i tuoi pensieri più nascosti, rovisto fra i tuoi gusti a caccia di emozioni da sottrarti e riproporti in massicce razioni di finzione interpretata da doppioni ossigenati con la faccia di cartone. Sipario! Piazzisti ad ogni orario, maitresses ingioiellate con le protesi mammarie, gobbi, nati stanchi, soubrettine-coscia-lunga-pronte-all'-uso, opinionisti bianchi, rossi, neri e verdi, in tutte le nuances che fan pendent con la poltrona in voga, quattordicenni qua e là come lattuga, case in cui c'è sempre festa, piazze in cartapesta, l'ospite che alza più gli ascolti resta, minigonne, Madonne emostatiche e non a profusione, e in una apoteosi il Cupolone - combinazione... - e ti do pure un posto fisso alle partite di pallone... Reclame!

Ti dico quel che vuoi, ti mostro come sei: accendimi la bocca e ti vedrai nel mondo nella scatola e vivere una favola potrai se resterai a casa senza uscire mai...

Sangue? La mia specialità, te ne faccio veder fiumi: facevo il Colosseo un paio di millenni fa. Intere o a pezzi incluse le frattaglie spaccio storie d'ogni sorta, complete di dettagli e figli morti, contorti psicodrammi esistenziali e passioni turbolente, torbide ossessioni con amanti, parenti, isso, essa e o' malamente, tutti insieme a vendicarsi, ma appassionatamente. Mostro i visceri e miscelo cronaca e spettacolo, impasto e servo caldo - ...è pronto a tavola... - Come uno stormo di avvoltoi sulla carogna il mio pubblico s'affolla: e proprio come ai tempi di Caligola mi basta dare all'occhio la sua parte per darti l'illusione che tutto vada bene, anzi benone se non meglio: ti voglio bene proprio come a un figlio, componi questo numero e ti riempio il portafogli! E se ti senti solo chiamami, se vuoi confessati, t'ascolterò ad orecchie tese per meglio comprenderti ed assolverti, invitandoti nel mio salotto buono ed incantandoti, quasi come un disco sullo stesso suono... Dai, regalami quel cruccio che ti porti chiuso in petto tutto il giorno, la notte a letto con il buio intorno aspetti l'occasione adatta a far sentire la tua voce nel tuo quotidiano inferno. E quello che mi piace è che mi ascolti pure se ti parlo con la faccia di chi t'assomiglia, che non è certo bella ma è sincera. Le storie sono paccottiglia rosa, gialla e nera: un po' Cronaca Vera un poco Gente io non ti dico niente, però te lo ripeto lentamente, con tono dissuadente t'arravoglio in un imbroglio e non ne scappi più e cedi in blocco la tua identità alla tv. Seguimi, fermati, girati, adesso togliti la benda e osservami: fa attenzione perché ora sei target davanti al mio plotone, e l'hai voluto quel tuo posto in prima fila, coglione...

Ti dico quel che vuoi, ti mostro come sei: accendimi la bocca e ti vedrai nel mondo nella scatola e vivere una favola potrai se resterai a casa senza uscire mai...

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Giù le mani da Caino.

Una voce poco fa ha definito la giustizia come "legge applicata per vendetta" e se è quella del popolo è di Dio ed io la fischio dal loggione come stecca, perché di 'sto tenore non si può contrabbandare per parola del Signore. Punto. Miro e faccio fuoco e fiamme se mi guardo in giro: togliere il respiro a un uomo chiuso in una cella è solamente un assassinio che cela il suo mandante nel diritto e complica il delitto circondandosi di complici che ammaccano il grilletto stando zitti, cui garantisce un alibi da vittime, costrette a uccidere per auto-difesa e usate come pesi sopra al piatto dell'accusa. Ma il gioco, lo conosco, è da villani, e puoi pure strofinartele per mesi, le tue mani restan sporche, come le coscienze di chi ancora ti sostiene mentre erigi forche come fossero altalene e poi ci appendi le persone, le lasci penzolare come stracci stesi al sole, le asfissi in una stanza, o gli inietti una sostanza dentro al cuore, o glielo fai scoppiare da un plotone... La carne ai ferri è la tua vera religione e cerchi un capro nero, lo pascoli in un cimitero e poi lo immoli su un altare in remissione dei peccati, ma di lui non hai memoria, perché è solo un altro morto della storia...

Tieni giù le mani da Caino: sangue chiama sangue e tu rispondi al suo richiamo, predichi giustizia e poi razzoli nel crimine, arbitro venduto che dispone della vita di un suo simile....

Le favole che ti raccontano fin da bambino ti deformano, t'illudi d'essere infallibile perché fai numero, ma non t'accorgi che la tua opinione la raccolgono soltanto quando ai vertici fa comodo. Muovono la tua coscienza sopra a una scacchiera, pedina bianca tu difendi una regina nera che divora vite umane in ogni direzione mentre tu chiudi gli occhi ed apri la bocca
come il pescecane... Bruci ossigeno vitale per me e per te dicendo cose che non stanno in piedi neanche se le impali, ripeti formule contraddittorie sempre uguali fin dai tempi di Mosé... In più ritieni il computo di occhi, denti, mani e piedi dispari, carcere ed ergastoli non bastano, non ti soddisfano: vorresti morto ogni fottuto criminale, da additare come esempio da evitare... Ma ancora non è nato il delinquente che veda nella pena della morte un deterrente e spesso capita di fare fuori un innocente come niente, e questo me lo chiami "un incidente"? Boia dal cappuccio trasparente vivi nell'anonimato, immune dal peccato, signore incontrastato della tua mediocrità, orfano del dubbio, testa nella sabbia: vittima della tua stessa rabbia....

Tieni giù le mani da Caino: sangue chiama sangue e tu rispondi al suo richiamo, predichi giustizia e poi razzoli nel crimine, arbitro venduto che dispone della vita di un suo simile....

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Il beat come anestetico.

C'ho l'umore che fa il bunjee dallo stomaco alla gola e ritorno, cerco un punto da osservare e resto fermo, come Han Solo nel mio blocco di grafite aspetto la salvezza, combattendo una pigrizia travestita da stanchezza mi ritrovo a far la spola tra la tele e il frigo... Come un automa non dirigo i passi, ma se me lo dico scopro che posso ancora controllarmi, ma per poco e corro il rischio di bloccarmi. L'estate sta iniziando, un anno se ne va e son già grande, ho superato il quarto un anno fa e porto ancora i segni addosso: volavo come un fesso in galleria quando un guard-rail m'ha dato un morso e così sia... La sfida è aperta e il tempo è il giudice imparziale, la posta in gioco aumenta quando giochi male e qui non c'è Mike Bongiorno a darti un premio quando azzecchi le parole, ma scopri che puoi stare bene uguale. E se la mente vuole già lo sai la lingua che può fare, magari anche il solletico... E se la testa dopo un po' fa male c'ho il rimedio pronto ed uso il beat come anestetico.

Col beat in circolo - miracolo! - supero ogni ostacolo di slancio, nel mio abitacolo sfreccio avanti al gruppo come Fangio e non mi puoi fermare: scarto gli assi e faccio yathzee tutto in tre manovre, sta a guardare... Hai visto, o eri distratto dalla punta del tuo naso che si muove più di te, povero illuso: ti menti e cerchi scuse alla tua stasi insana, e te le inventi se non te ne viene in mente neanche una buona. Tu senti come suona il beat ma non lo ascolti mai, ti credi la persona che non sei: fatti tuoi e di chi ti sta accanto, finché puoi dare prendi e per me non duri tanto... Ti offendi? Scusa, ma sei un amico e con gli amici non si abusa se non a fin di bene, quindi muovi il culo e la mente lo accompagnerà, o sta sicuro di restare solo, anzi a metà, diviso dalla tua vera essenza da uno specchio che più parlo e più s'appanna... L'apparenza inganna e il tempo che tu passi a contemplarla non torna, l'hai perso... Eri troppo preso dal sound-check del tuo complesso e lui è passato, t'avevo avvertito e non mi hai ascoltato, ma almeno un passo è fatto e se brucia la sconfitta fanne un altro e segui il beat...

Usando il beat frammento il tempo, lui dice che è continuo e io lo quantizzo, e se sto preso bene lo rallento: lo analizzo mentre vola e riguardo alla moviola quel che è stato - è dai tempi della scuola che ho capito che l'avrei domato. Lo spacco in quarti, poi lo rimonto, è come il Lego: più pezzi ho più sono allegro. Ma già lo so che questo gioco prima o dopo finisce, e il tempo tira avanti e non capisce: lui si espande come un buco nero tanto grande da inghiottirti vivo se non ci stai attento, e più si accumula più è tardi e se adesso non mi sbrigo corro il rischio di cascarci dentro, ora mi spiego: rimando, non mi alleno e aspetto il giorno della gara con le mani in mano... e in tasca c'ho la testa che mi pulsa di un dolore isterico ed uso il beat come anestetico...

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Autodafè.

Prendo le distanze da me perché non voglio avere niente a cui spartire con me, da condividere con chi come me non fa nulla per correggersi: sono il mio nemico, il più acerrimo. Carceriere di me stesso con la chiave in tasca invoco libertà ma per adesso so che questa cella resterà sprangata a triplice mandata dall' interno: sono l'anima dannata messa a guardia del mio inferno. Reprimo ogni possibile "me", inflessibile, inarrestabile nel mio restare fermo immobile, segno i giorni scorrere sul calendario, faccio la vittima, il mandante ed il sicario... Sono l'Uomo Nero che turbava i sogni quando li facevo, credevo di esser libero ma non mi conoscevo come adesso ed ego non mi absolvo neanche quando mi confesso dei peccati che ho commesso - e guido un autodafè - In cattiva compagnia soprattutto se sto solo, negativo come i G in una picchiata, prendo il volo, salgo, stallo e aspetto il peggio, che non sta nella caduta ma nell'atterraggio come dice Hubert. Malato immaginario più di quello di Molière, sono il mio gregario e mi comporto da Salieri e non chiedermi il perché, che come il Tethered quando perdo il filo poi non mi puoi più riprendere...

Caro amico non ti scrivo, non ti cerco e non ti chiamo mai, batti un colpo se ci sei e se stai ascoltandomi, strappami da questo mio torpore atarassico, mi son perso dentro un parco che è giurassico e non trovo vie d'uscita: vieni a prendermi o precipito, scivolo come Maximillian verso il buco nero del fastidio: nel tedio per me non c'è rimedio e me ne accorgo perché sono sotto assedio mentre tu mi fai l'embargo. Critico, m'arrampico su cattedre che non mi spettano e mi accorgo solo dopo un attimo che esagero: ma come al solito il danno fatto è irreparabile, la storia è irreversibile, la mia memoria è labile e lavabile... Abito quest'ombra con contratto ad equo-canone pagando la pigione all'abitudine e prendendo l'eccezione come regola di vita: sto di casa a pianterreno e gioco a fare lo stilita... Vago, divago, come il dr. Zivago io mi sbraccio e non mi vedi, cerco mani e spesso trovo piedi, cerco fumi e trovo lumi che mi bruciano, ed io so bene che le cicatrici restano. Carta, penna e poco più per stare a galla, nella testa il mio pensiero è come un ragno in una bolla: seduto in riva al fiume aspetta di veder passare il mio cadavere... pazientemente...

pagina aggiornata in data 04/08/2007